Ma il percorso a tappe che ha preso il via con l’intesa politica sulla riforma del Patto di stabilità e l’adozione dei relativi testi legislativi da parte del Consiglio Ue (due regolamenti e una direttiva), sarà inizialmente marcato da un ritorno al passato. In attesa che entrino in vigore le nuove regole, dal primo gennaio prossimo – salvo colpi di scena – tornerà in vigore il vecchio Patto.
Il nuovo quadro normativo, se non ci saranno intoppi, dovrebbe essere invece approvato entro aprile – cioè prima della fine della legislatura – dopo che tra gennaio e marzo si saranno svolti i negoziati con l’Europarlamento. Con l’obiettivo di essere poi applicato a partire dal 2025. Anche se non è ancora chiaro se inciderà già sulle leggi di bilancio nazionali che saranno predisposte per quell’anno.
“Nei prossimi mesi dovranno essere definite le modalità con cui applicare le disposizioni del nuovo Patto nel 2025”, ha spiegato un addetto ai lavori. Di sicuro, ha aggiunto la stessa fonte, i Paesi che finiranno in procedura per deficit eccessivo temporaneamente avranno come unico vincolo quello di ridurre dello 0,5% il deficit strutturale ma tenendo conto del peso degli interessi sul debito.
Una flessibilità introdotta in diversi passaggi del nuovo quadro normativo che a Bruxelles tengono a rivendicare. “E’ vero che l’obiettivo della semplificazione non è stato raggiunto a causa delle richieste avanzate dalla Germania e da altri Paesi.
Ma è anche vero che sono stati introdotti elementi di flessibilità ed è stato dato spazio agli investimenti”. Le traiettorie di rientro dei conti pubblici che saranno definite dalla Commissione terranno infatti conto di fattori rilevanti come le spese per la difesa, il Pnrr, la necessità di non strangolare gli investimenti strategici e il costo degli interessi sul debito. Ed è stata anche abolita la clausola – ritenuta inaccettabile e irrealistica non solo dall’Italia – che prevedeva il taglio del debito di un ventesimo all’anno.
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