Il nebbioso metodo di finanziamento
Il discorso di Bernd Reichart, frontman di A22, è stato da piazzista più che da manager: ha promesso ovviamente maggiori introiti ai club coinvolti, ha promesso maggiore solidarietà ai club non coinvolti, ha promesso partite gratis in tv ai tifosi grazie a una piattaforma che eliminerà la pirateria (peraltro già mandata ko dalla gratuità delle gare, no?), manca soltanto l’ultima promessa alla Cetto La Qualunque e il panorama è completo. Tutto ciò rende estremamente nebbioso il metodo di finanziamento di una simile avventura (doveroso disclaimer: chi scrive quest’articolo lavora anche per una pay-tv). Se fosse tutto vero, occorrerebbe un partner economicamente fortissimo e disposto ad anni di investimenti mostruosi prima di vedere qualche ritorno. La prima cosa che viene in mente è un’operazione di colossale sportswashing (se non lo paghi, il prodotto sei tu). La seconda — ipotesi sulla quale si sta muovendo da tempo la Fifa senza troppa pubblicità — è una piattaforma tutt’altro che gratuita per vedere tutto il calcio possibile, e anche qui possiamo soltanto ipotizzare la presenza di qualche colosso americano dello streaming. Ma l’idea di ripagarsi con la pubblicità è illusoria. In Italia riuscì all’epoca a Mediaset, quando fece crollare il monopolio Rai, perché un film o un varietà si possono infarcire di spot. Una partita di calcio no, a meno di stravolgerne le regole: e a questi livelli non campi con i 15 secondi di réclame che coprono una sostituzione o un infortunio. Ne sapremo di più a primavera, quando inizierà l’ultimo anno del contratto televisivo decennale tra la Nba e le tv via cavo che la trasmettono negli Stati Uniti, Espn e Tnt, per 2.7 miliardi di dollari a stagione. Dal 9 marzo via alle trattative per il decennio successivo, si dice che la Nba punti a triplicare gli incassi, forte del desiderio di Amazon e Co. di entrare nel business. Viste le cifre in ballo, è probabile che questo contratto funga poi da stella polare per tutti.
La posizione di Ceferin resta salda
Molta carne al fuoco, come si vede. Evitando magari slogan populisti come “il calcio non è in vendita”, perché al contrario non c’è nulla che sia stato venduto di più negli ultimi 30 anni — ed è una cosa positiva, perché al netto di alcune fisiologiche storture il football ha funzionato alla grande — la posizione di Ceferin resta salda. Il che potrebbe indurlo a trattare, come succede ininterrottamente da 30 anni, da quando la Coppa dei Campioni diventò Champions League, via via allargandosi. L’auspicio è che non si arrivi mai a uno scisma, perché il senso ultimo della competizione sportiva — ciò che la rende spettacolare, e in qualche modo etica — è il confronto tra i migliori. Immaginare una Superlega che si conclude con Real Madrid-Milan e il giorno dopo una finale Champions tra Manchester City e Bayern sarebbe una gran tristezza. Lo sport ha già affrontato e risolto più volte questo problema, dalla grande dicotomia tra dilettanti e professionisti chiusa con le Olimpiadi di Seul 1988 al tennis che ci era arrivato vent’anni prima con i tornei open. Ma attenzione: quando non l’ha risolto, vedi la proliferazione delle sigle nel pugilato, si è condannato all’oblio.