Dal 24 febbraio 2022 c’erano solo raggi di luce per «l’uomo dell’anno» di Politico, per «l’incarnazione della resilienza» del Financial Times. Oggi Zelensky è arroccato nella torre d’avorio in via Bankova circondato «da 5 o 6 uomini fedeli» ma convinto di essere stato tradito da tutti gli altri. Tradito dal mondo che lo implorava di un’apparizione, di un videomessaggio ai Grammy Award o una lettera al Festival di Sanremo. Tradito dalla folla che gli tributava standing ovation al Superbowl e alla notte degli Oscar, al Congresso Usa e al Consiglio Ue. Tradito persino dal suo popolo, con le mogli dei soldati in piazza anche ieri per il ritorno dei mariti. Gli ucraini lo ritengono responsabile della corruzione dilagante (78% nei sondaggi) e non si fidano più di lui (-22% in un anno).
Volodymyr che lottava per la libertà e resisteva all’armata rossa; Volodymyr che mostrava il Paese vilipeso, in bianco e nero nel video a Borodyanka sventrata come le città bombardate dai nazisti nel 1943; a colori in videoconferenza al G20 di Bali, davanti al ministro degli Esteri russo Lavrov costretto ad ascoltare l’uomo che non erano riusciti a uccidere. Volodymyr in mimetica col tridente sul petto accanto ai capi di Stato, sul ciglio delle fosse comuni a Bucha; per mano con Ursula von der Leyen, venuta sei volte a Kiev a portare 50 miliardi di euro e promesse d’adesione: «Dear Volodymyr, che lavoro magnifico hai fatto».
Tutto svanito, tutto sfocato. La conferenza stampa di fine anno è stata analizzata parola per parola dai media ucraini. «Il senso del “noi” di Zelensky è crollato a 5 o 6 persone della cerchia ristretta con cui si difende dagli attacchi dei russi, di giornalisti ucraini e burocrati occidentali. È più vulnerabile, meno fiducioso, più nervoso di Putin», commenta Svetlana Chunikhina, vicepresidente dell’Associazione degli psicologi politici ucraini. È “la fine del pensiero magico”, titola The Nation, rivista cult dei progressisti Usa: la guerra non si vince con promesse impossibili, e «nella trappola delle aspettative gonfiate di Zelensky — scrive il canale Telegram di opposizione Zenshcina s kosoy — c’è finito l’intero popolo che prima o poi lo costringerà a negoziare. L’Ucraina non sono solo chilometri quadrati da difendere, è un patrimonio genetico sacrificato in una guerra per centimetri».
Non è umore, è sostanza. Le critiche di media ufficiali e canali filorussi cominciano ad assomigliarsi: «Non ci sono successi al fronte, ma molti scandali» scrive Yuri Romanenko su Khvilya, ricordando un’altra mina sotto la sedia del presidente: le elezioni previste a fine marzo. «Il Parlamento opera già oltre il mandato costituzionale. Zelensky si troverà in una situazione simile in primavera. La Russia intensificherà gli attacchi per imporre l’idea dell’illegittimità del governo». «Il 31 marzo la carrozza si trasformerà in una zucca. Forse prima», pronostica il Telegram filorusso ZeRada.
Tutto ciò che poteva andare storto, va inesorabilmente storto. Ad accendere la miccia è stato un articolo di Time: ha seguito il presidente nel viaggio negli Usa e lo ha dipinto come un uomo solo abbandonato anche dagli stretti collaboratori, convinti che il suo ottimismo poggi su un mondo immaginario. Un anno fa Zelensky era approdato a Washington alla vigilia di Natale: ovazione al Congresso e un’altra tranche miliardaria di aiuti. C’è tornato quest’anno, seguito poi dal capo dell’Ufficio presidenziale Yermak: nessuna garanzia sui fondi per la guerra. «Le dichiarazioni secondo cui “l’America non tradirà l’Ucraina” non sono prova di fiducia ma ricatto morale», commenta Mark Galeotti di Mayak Intelligence su NBC News: «La strategia ha reso molto, ma non funziona più».
Mai una critica, prima. Rotto l’argine, ecco la piena. Il capo delle forze armate Valerij Zaluzhny ha smontato la retorica del presidente rivelando che la controffensiva è fallita e la guerra si è trasformata in un sanguinoso logorio di trincee. L’intero castello della strategia di Zelensky si è sgretolato. Sono arrivate le critiche di «accentramento del potere» del sindaco di Kiev, Vitalij Klitschko. L’ex presidente Poroshenko è stato “pizzicato” a discutere con Orbán una via d’uscita con Mosca. La mobilitazione fallita ne richiede ora una «da 500mila uomini», ma i volontari sono finiti, si pensa di chiedere l’estradizione di chi ha lasciato il Paese e le cronache raccontano di ragazzi acchiappati all’uscita di un autobus e spediti al fronte.
Tra licenziamenti sospetti, avvelenamenti e strane morti, il presidente che indicava l’unità e convinceva nella vittoria perde terreno nei sondaggi. Gli contestano il Telethon che da due anni racconta il Paese a reti unificate senza opposizioni. Il numero spaventoso di morti e amputati è un incubo che riguarda tutti. Il suo “Piano di pace in 10 punti” è insabbiato. La promessa di riconquistare Crimea e Donbass fino ai confini del 1991 è una chimera. «Gli uomini del presidente — dice il direttore dell’Istituto di Politica di Kiev, Ruslan Bortnik — sono consapevoli che il calo di supporto da Ue e Usa può avere effetti devastanti. Hanno il morale a terra: se entro marzo non ci sarà una svolta, dicono, l’Ucraina inzierà a perdere la guerra».
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