ENRICA TARCHI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 2005
Ama i luoghi, dove il tempo sembra essersi fermato, dove si respira il sapore dell’antico, della storia, della tradizione. Piazza Carignano, Piazzetta della Consolata, il ristorante Cambio, il Caffè Torino, il Bicerin. E poi la chiesa della Gran Madre, Piazza San Carlo, Piazza Bodoni e il Conservatorio, Piazza Castello. Questa è la Torino di Lilian Thuram, che forse la apprezza e la capisce più di tanti torinesi doc. Questo ragazzo nato in Guadalupa trentatré anni fa, che di professione è calciatore, passeggia volentieri sotto i portici, simbolo della nostra città, si ferma a curiosare nei cortili del centro storico, conosce il quadrilatero romano, quartiere dove il nuovo e il vecchio si mescolano alla perfezione.
La sua è una curiosità intelligente, quella di chi ha attraversato mezzo mondo, dalle Antille al capoluogo piemontese passando per Parigi, Montecarlo e Parma ed ha vissuto ogni esperienza con intensità. Non è mai superficiale Lilian, è una persona che va a fondo delle cose, ci ragiona, si vede che gli piace la vita, perché la analizza in ogni sua sfumatura e la considera una preziosa fonte di insegnamento. È un calciatore che dice di giocare a pallone perché nel farlo prova piacere e il giorno che ciò non accadrà più lascerà tutto.
È un campione che, finiti partita e allenamenti, si dimentica di essere una star e abbandona il mondo del pallone, non guarda il calcio in TV, frequenta gente che nulla ha a che vedere con lo sport e forse proprio per questo lo stress da popolarità non lo sfiora neppure. La realtà in cui vive, in questo senso, gli calza a pennello, perché i torinesi, spiega, «hanno una grande virtù, la riservatezza». Lilian è un padre che non accende mai la TV, che vuole educare a modo suo i piccoli Marcus e Kephren, assieme alla dolcissima moglie Sandra, che lo accompagna da molti anni e con cui ha condiviso alcuni dei momenti più importanti della sua vita.
– La famiglia Thuram ama Torino, una città viva, piena di cose stimolanti da fare. «Basta sfogliare il giornale e si scopre che ci sono tanti appuntamenti interessanti, soprattutto musicali. Ai tempi di Parma risale il mio primo approccio con la musica lirica, per la quale la città emiliana è famosa. Qui a Torino abbiamo un’amica che è professoressa al Conservatorio e ci porta ai concerti. Mi piacciono anche il teatro e le mostre. L’anno scorso ho visitato più di una volta quella sull’Africa e ci ho portato anche i miei figli, che ora vorrei accompagnare a fare il giro della Torino sotterranea. Ho visto il “Don Chisciotte”, ho ascoltato volentieri una rassegna di musica etnica ed ho avuto modo di andare all’auditorio del Lingotto, oltre che al Conservatorio e al Regio. I miei figli di solito vengono con me e mia moglie, solo però quando gli orari lo consentono, c’è la scuola per il più grande e l’asilo per il più piccolo, ma sono contento quando possiamo condividere queste cose tutti assieme. Credo sia importante aprir loro gli orizzonti, perché poi abbiano più ampia possibilità di scelta. Il maggiore va alla scuola francese in collina, una zona meravigliosa dove, a dieci minuti dal centro della città, ti sembra di essere in campagna, mentre il piccolo va alla scuola italiana per imparare la lingua come ha fatto il maggiore».
– Dopo nove anni nel nostro paese, Thuram non si sente più uno straniero. «Ho una vita sociale fuori dal calcio e l’Italia mi piace molto, perché c’è tanta storia da scoprire visitando i suoi palazzi, le sue piazze, i suoi monumenti. Pensate che appena arrivato a Parma, era estate, andavo in bicicletta nel centro, mi fermavo davanti al Duomo e rimanevo incantato».
– Visto che siamo in tema Parma, cosa hai provato a ricostruire quest’anno la coppia difensiva Thuram-Cannavaro che aveva fatto le fortune della squadra emiliana? «Ovviamente sono felicissimo, sia per aver ritrovato il mio ruolo preferito, sia per aver ritrovato Fabio. Abbiamo trascorso a Parma cinque anni fantastici, giocato assieme tantissime partite. Gli devo tanto, perché quando arrivai in Italia, ero un ragazzo di ventiquattro anni e lui mi aiutò a inserirmi in una realtà per me tutta nuova. È una persona solare, è sempre allegro, si diverte. Diciamo che se sono diventato quello che sono è grazie a quanto abbiamo vissuto assieme in quegli anni».
– Il segreto di Fabio Capello. «Mi dà l’idea di essere persona onesta. Non è facile fare delle scelte quando in una squadra ci sono tanti giocatori forti, le cose vanno bene solo quando l’allenatore ha lo stesso atteggiamento con tutti e dice le cose in faccia. Inoltre Capello stimola sempre i giocatori a migliorarsi, cerca di farci capire gli errori, le sue critiche sono sempre costruttive»
– Quest’anno sei vice capitano. Cosa significa indossare quella fascia? «Su questo argomento voglio raccontare un aneddoto. Pensate che quando ero ragazzino, avrò avuto quindici anni, prima di una partita l’allenatore mi promosse capitano. Finita la gara, gli dissi che non l’avrei fatto mai più, perché mi sentivo diverso dagli altri con quella fascia al braccio. Rifiutai per molto tempo, era una sensazione strana. Poi mi capitò qualche volta a Monaco e a Parma e adesso qui alla Juventus. Ovviamente con gli anni sono cambiato, non mi sento più diverso, ma spesso ripenso a quell’episodio».
– Quest’estate hai detto addio alla Nazionale, con cui hai conquistato il titolo di Campione del Mondo e d’Europa. «Dopo tanti anni è arrivato il momento di smettere. Volevo già farlo dopo una partita di qualificazione all’ultimo Europeo giocata contro Cipro, poi ho pensato che non era giusto lasciare la squadra in un momento così difficile. Ho giocato ancora quest’ultima competizione e poi ho detto addio. Il ricordo più bello? La sensazione che si provava a far parte di quel gruppo, lo spirito che vi regnava. C’era grande rispetto tra di noi, eravamo consapevoli delle nostre qualità ma altrettanto del fatto che ci potevamo migliorare l’uno con l’altro. In tutto questo un’importanza fondamentale l’ha avuta Zidane, non solo perché è il più forte giocatore al mondo, ma perché è una persona umile. I grandi giocatori o sono così oppure è meglio non averli. Infatti, quando il simbolo di una squadra si comporta in un certo modo, tutti sono portati a fare altrettanto. Nella Juventus lo stesso discorso vale per tanti giocatori, come ad esempio il nostro Pallone d’Oro Nedved. A volte gli dico che sono orgoglioso di giocare con lui. Pavel mi guarda e pensa che lo prenda in giro, invece no, gli dico esattamente quello che penso. Lui è un grande per come si comporta in campo e fuori».
– La commissione pro Africa di cui fai parte. Un progetto ambizioso nato dall’Ancien Ministre Jack Lang in collaborazione con Bob Geldorf. «Stiamo riflettendo su quello che si può fare a favore di questo continente. Quando mi hanno chiesto di dire la mia, alla nostra prima riunione, ho toccato quattro punti fondamentali. Primo, bisogna chiedere a loro di che cosa hanno bisogno. Secondo, bisogna cambiare le leggi che mettono in difficoltà questi popoli. Terzo, bisogna cambiare l’idea che possiede la gente dell’Africa e degli africani. Io faccio sempre un esempio: in quanti sanno che gli egiziani, i padri della civiltà, nella loro era più antica».
– A un anno dall’uscita del tuo libro, spiega la scelta di raccontarti in una splendida autobiografia. «L’ho fatto principalmente per i mici figli. Vi racconto in breve la genesi di questo libro. Pensate che all’inizio ero convinto che la casa editrice volesse scrivere di me solo sulla scia della vittoria del Mondiale 1998 e, infatti, rifiutai. Quando mi vennero a cercare dopo la delusione del Mondiale 2002 capii che erano davvero interessati alla mia storia e accettai».
– Nell’autobiografia di Thuram si parla di tutto, ma quello che colpisce è la descrizione della sua prima casa, la Guadalupa, dove torna appena possibile e dove ha lasciato gli amici più cari, Marick e Relique. «In realtà sono venuti a trovarmi qui a Torino pochi mesi fa, ma sono scappati! Scherzi a parte, non è facile ambientarsi in una grande città quando si passa tutta la propria vita su un’isola così».
La Guadalupa: i turisti la considerano un paradiso per il sole caldo e il mare azzurro, ma per lui il vero segreto della sua terra è la semplicità della vita e della gente, ancora lontana dal consumismo. E sono proprio le persone semplici, genuine, quelle di cui si contorna anche qui, proprio come nonna Irma, una simpatica signora torinese che Lilian va a salutare spesso e volentieri durante le sue passeggiate sotto i portici della città.
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