“Così il 7 ottobre Hamas ha trasformato in arma la violenza sessuale ”, ecco l’inchiesta del New York Times sugli stupri del Sabato Nero
Spesso anche gli amici di Israele non si rendono conto che il popolo israeliano non ha pienamente digerito le dimensioni del disastro che lo ha colpito il 7 ottobre. Il senso di sicurezza è stato derubato a ciascuno dei suoi cittadini, e questa ansia si è mescolata con un dolore e una tristezza senza fine per gli assassinati, oltre a dover affrontare il non sapere: cosa accadrà ai rapiti e ai dispersi, quando gli sfollati potranno tornare ai loro luoghi di origine e creare una rinnovata routine, a che punto potremo dire che la guerra è alle spalle?
I dati recentemente pubblicati dal ministero della Salute israeliano parlano chiaro: sono aumentate di sei volte le richieste di aiuto da parte dei cittadini per problemi legati a traumi e ansia. “Siamo una società di 9 milioni di persone che hanno subito traumi personali e collettivi. Non c’è quasi nessuno tra di noi che non conosca qualcuno che è stato assassinato, caduto, rapito, disperso, ferito, sfollato” dice la scrittrice e giornalista Anat Lev Adler, che dal giorno del massacro ha dedicato tutti i suoi articoli all’argomento.
Un evento su larga scala che può potenzialmente essere traumatico per l’intera comunità è chiamato trauma collettivo. E poiché l’evento sta ancora accadendo in Israele, tutti coloro che vi vivono si trovano in una realtà traumatica condivisa e continua. Un’altra definizione di trauma collettivo è quando sia i terapeuti psicologi che le vittime richiedenti aiuto appartengono alla stessa comunità.
Secondo la psicologa Nurit Sela, “in un attimo gli israeliani sono andati nel panico, ora credono nella possibilità che da un momento all’altro un terrorista possa venire a casa tua, nel tuo letto ed eliminarti”. E ancora: “Ciò continua a influenzare l’intero corso della vita in tutto il Paese, anche tra coloro che non sono stati coinvolti negli orrori: molti vanno in giro nauseati, persone che controllano dieci volte che la porta sia chiusa, o si addormentano solo con la luce accesa; bambini che hanno sviluppato ansie; donne che ancora non riescono a fare sesso a causa delle descrizioni degli stupri. Gli uomini hanno perso la dimensione romantica. Non è un caso che il tasso di gravidanza da ottobre sia diminuito, e molte persone vivono con ansia l’illusione del disastro ci si aspetta possa accadere”.
Ci vorranno anni prima che Israele stesso documenti, studi e riconosca la portata delle atrocità. Non si tratta di un disastro naturale o di un incidente stradale, ma di un massacro deliberato da parte di un esseri umani, il cui orrore, la cui malvagità e crudeltà sono indigeribili. Inoltre, il massacro del 7 ottobre ha smantellato alle fondamenta l’essenza dello Stato di Israele, il cui scopo principale è quello di proteggere il popolo ebraico da un Olocausto simile a quello che lo ha colpito in Europa. In effetti, queste atrocità sono avvenute, e sono avvenute qui, nello Stato di Israele, all’interno di casa.
Ciò ha creato una vera spaccatura e la sensazione che il mondo non sia protetto, ma anche una sensazione ancora più difficile: molti israeliani sentono di essere stati abbandonati, che lo Stato li ha traditi, che la fama dell’esercito protettivo e forte è stata minata. Molti israeliani hanno perso la fiducia nel governo e soprattutto nel suo leader che, già prima della guerra a Gaza, era visto come un leader corrotto e controverso da metà della popolazione. Netanyahu, che è sostenuto dall’estrema destra, per molti rappresenta di per sé un pericolo per il futuro del Paese, e aumenta l’ansia che la leadership non sia qualificata per il compito che deve affrontare.
È importante capire che Israele non è ancora nella fase post-trauma. È ancora nel trauma. E anche se l’inno nazionale si chiama “Speranza”, molti non la trovano. Gli israeliani si chiedono: quando finirà? Temono che i tanti sacrifici pagati con la vita non portino necessariamente a un risultato che cambierà la realtà.
Gli israeliani dopo il 7 ottobre, quando il loro Paese è stato attaccato su sette fronti, sentono una minaccia esistenziale per la loro vita. Lottano per sopravvivere perché hanno imparato dalla storia che non c’è nessun altro posto sulla terra che sia pronto ad accettarli come cittadini con pari diritti, e in Israele, la terra dei loro antenati, hanno ricevuto il loro diritto storico di fondare uno Stato. Molti israeliani ritengono che, con il pretesto della tecnologia avanzata del 21° secolo, siamo tornati a una battaglia per la sopravvivenza simile a quella che gli ebrei della Diaspora dovettero affrontare nel Medioevo.
Anche i comportamenti degli israeliani sono tratti in modo agghiacciante dall’esperienza storica: la partecipazione del destino, la garanzia reciproca, si esprimono come si esprimevano nei tempi più difficili della Storia di Israele. Poiché anche i terapeuti sperimentano il trauma, il trattamento viene creato in spazi di guarigione, dove la comunità si riunisce per ascoltare, sentire e dove il dolore e l’angoscia possono essere condivisi. Il messaggio è chiaro: nessuno di noi è solo. Ognuno ha un circolo solidale, amorevole e premuroso, c’è una famiglia biologica o meno che è lì per prendersi cura di te.
Come si ridurrà, allora, il divario tra il trauma di Israele e coloro che nel mondo libero manifestano contro di noi, in alcuni casi con odio antisemita? Purtroppo anche qui esiste un precedente storico. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al processo Eichmann, che si svolse a Gerusalemme, dovettero trascorrere 16 anni, in cui il mondo fu esposto ai terribili crimini dell’oppressore nazista e l’umanità fu chiamata a fare il punto sulle proprie responsabilità storiche. Avvenne assai poco, fino alla cattura dell’architetto della Soluzione Finale. Alla fine di questo mese, il 27 gennaio, in Europa si terranno manifestazioni in memoria dell’Olocausto. Sarà interessante ascoltare i relatori. Forse non staranno al fianco di Israele, perché la paura di Hamas e dei movimenti islamici radicali permea anche loro, ma verrà il giorno in cui capiranno pienamente la realtà.
Alla fine la verità prevarrà. La verità è che questa è una guerra forzata su Israele, un guerra davanti alla quale non c’è scelta. La verità è che un’organizzazione come Hamas non è un degno vicino di nessuna società civile e deve essere distrutta. La verità che l’antisemitismo è dilagante fin dall’inizio dei tempi e si manifesta oggi nelle sue forme più spregevoli, la verità che il mondo sta creando movimenti per proteggere i diritti delle donne, ma a condizione che non siano ebree o israeliane, la verità è che la distruzione di Israele non è solo uno slogan per infiammare i fanatici, musulmani e non, nelle strade, ma un piano ben coordinato che Teheran e i suoi alleati credono di poter attuare.
* l’autore è un analista israeliano
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