Il capo di al Jazeera al-Dahdou è un amico. L’uccisione di suo figlio è una nuova prova che noi giornalisti siamo nel mirino
Come due mesi fa, siamo qui dunque a parlare ancora oggi di ospedali assediati. Medici, pazienti e sfollati stanno scappando dall’al-Aqsa, dove i droni sparano anche all’interno della struttura. L’al-Aqsa di Deir al-Balah è il principale ospedale della zona centrale di Gaza, e secondo il suo direttore l’obiettivo di Israele è di far andare via chiunque sia dentro. Medici senza Frontiere ha evacuato il personale due giorni fa. I profughi che si erano rifugiati nella struttura sono fuggiti a migliaia. Ma i pazienti più gravi cosa possono fare? Non possono lasciare l’al-Aqsa, e moriranno, se l’ospedale smette di funzionare.
Nel frattempo continuano le cosiddette «uccisioni mirate». Ieri un attacco con droni, qui a Rafah, ha colpito un’auto e ha ucciso le tre persone a bordo. Due di loro sarebbero membri del clan Dahdouh, una famiglia religiosa, conservatrice, di Gaza City, che storicamente è vicina alla Jihad Islamica. Quello che ci sorprende, però, è che questi legami non risulta li avessero le due persone uccise. L’esercito israeliano non mostra prove o spiegazioni convincenti delle sue azioni. Come nel caso dell’altra automobile attaccata due giorni fa, quella in cui sono rimasti uccisi due giornalisti, uno dei quali ancora della famiglia Dahdouh: Israele sostiene che nel veicolo ci fosse un «terrorista che stava manovrando un drone». Sarà così? Chi lo saprà mai? Forse Israele vuole solo legittimare così l’uccisione di due giornalisti. Tanto più che tutti noi qui a Gaza sappiamo che i terroristi non vanno in giro per strada e non usano le macchine: stanno sottoterra e si muovono attraverso i tunnel.
Nella fase tre, proprio come nella fase uno, noi siamo sempre qui, nella trappola di Gaza. E la nostra vita quotidiana è sempre la stessa. La mattina preparo la colazione per le mie figlie, accendo il fuoco, faccio il tè e poi esco per quelle che sono le mie missioni: comprare il cibo – zucchero e uova sono sempre più rari – e tutto ciò di cui ha bisogno la mia famiglia. Sono dieci giorni che non trovo la benzina – che intanto è arrivata a costare l’equivalente di 50 dollari al litro – e presto per me sarà un problema, visto che l’unico mezzo di trasporto alternativo sono i trattori oppure gli asini, con cui però fai due chilometri in un’ora e mezza.
Le linee telefoniche continuano ad andare e venire, e così non riesco ad avere notizie di tanti parenti e amici rimasti nel centro di Gaza: sono feriti? Sono morti? Sotto le tende e sui social i palestinesi chiedono di aprire il valico di Rafah, da dove escono solo 100 persone al giorno: una ventina sono feiti gravi, gli altri sono persone che hanno ottenuto un lasciapassare grazie a un’ambasciata.
Se l’Egitto aprisse il valico, saremmo in migliaia a fuggire. Invece rimaniamo qui, ad aspettare chissà cosa. Israele dice di sapere dove si trova il leader di Hamas Yahya Sinwar. Anche se lo uccidessero, però, penso che ci sarebbe solo il 15 per cento di possibilità di vedere finire il giorno dopo la guerra: Hamas è un movimento religioso, e i militanti non combattono per Sinwar. La vera svolta sarebbe la consegna degli ostaggi a Israele. Per questo sui social noi palestinesi chiediamo sempre di più a Hamas e alla Jihad Islamica che li liberino: tenerli prigionieri è costato già 26mila delle nostre vite.
(Testo raccolto da Daniele Castellani Perelli)
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