Il governo Meloni è ora al lavoro per trovare la soluzionei, soprattutto per evitare contenziosi infiniti e dispendiosi. Dopo le parole del ministro per le Imprese e il made in Italy, Adolfo Urso, che assicura che “il governo e quindi lo Stato è in campo, oggi più che mai, per salvare e rilanciare la siderurgia italiana”, il sottosegretario al Mimit, Massimo Bitonci, aggiunge che tra le ipotesi di liquidazione volontaria, “assurda” dice, e composizione negoziata, alla fine si andrà verso “l’amministrazione straordinaria”. Dopo però “si deve iniziare un percorso, è importante il cambio dell’assetto manageriale e il piano industriale”.
Oltre all’ipotesi dell’amministrazione straordinaria, che prevede l’arrivo di un commissario e oltre all’apertura di un contenzioso, l’iniezione di risorse da parte dello Stato e quindi l’allontanarsi di potenziali nuovi investitori, secondo alcune fonti nel governo si pensa anche all’amministrazione “controllata” per ripulire l’azienda e ripartire da zero, con qualche danno collaterale ma cercando di creare il contesto che consenta poi di raccogliere qualche nuovo socio per un rilancio.
L’esecutivo lavora a mani basse a una soluzione, dopo aver tentato la carta del memorandum of Understanding con cui aveva tolto lo scudo penale ad Arcelor Mittal e essersi giocato anche la moral suasion nell’incontro di lunedì in cui aveva ricevuto solo “l’indisponibilità di AM” ad assumere impegni “finanziari e di investimento nemmeno come socio di minoranza”. Ma su una complessa partita a scacchi anche dagli indiani arriva una contromossa. Se da una parte si dicono “favorevoli” al versamento da parte di Invitalia di ulteriori 320 milioni di euro di capitale fresco per supportare le operation di Acciaierie d’Italia “con la propria conseguente diluizione al 34%” della quota (e quindi aumento di quella di Invitalia al 66%), non vogliono mollare la governance per “poter continuare a esercitare il ruolo di partner industriale di Invitalia, con il medesimo status di controllo al 50% anche a pesi azionari invertiti”.
Il tema accende anche la politica. Lo scontro si consuma sui social a colpi di post. “Il governo Meloni non ha alcuna responsabilità sulla crisi di Ilva. La crisi di Ilva – scrive su X, il leader di Azione Carlo Calenda – nasce quando è stato fatto saltare un accordo blindato, siglato a seguito di una gara europea, prima confermato e poi disfatto da Conte e compagni” e aggiunge che “la scelta successiva di fare una società con Mittal senza vincoli e paletti blindati è stata una follia”.
Su Facebook il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli rispedisce le accuse al mittente dicendo che la situazione di oggi è “figlia della madre di tutti gli errori, ossia la scelta, mai sufficientemente spiegata dalla coppia Renzi-Calenda, di assegnare lo stabilimento produttivo alla cordata con capofila Arcelor Mittal”.
Mercoledì il Tar della Lombardia si pronuncerà sul taglio del gas dopo le bollette non pagate. Il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, poi riferirà al Senato l’11 gennaio alle 10 sulle recenti vicende dell’ex Ilva. I sindacati comunque sono preoccupati.
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