I numeri sui raid rendono chiaro come il secondo inverno di guerra stia vedendo un’escalation di attacchi, dall’una e dall’altra parte del fronte: perché se l’Ucraina ha subito centinaia di bombardamenti nelle ultime settimane, le forze di Kiev hanno risposto attaccando le regioni russe di confine, in particolare quella di Belgorod costretta a ordinare le evacuazioni di civili, tra cui finora 93 bambini. Con queste premesse, e la fine della guerra che resta un miraggio – “non c’è ancora nulla su alcun processo di pace”, ha chiarito il portavoce del Cremlino Peskov -, Zelensky ha esortato gli alleati a mantenere il flusso del sostegno militare da quella stessa Vilnius dove a luglio scorso, durante un vertice Nato, aveva ottenuto la promessa di un sostegno incrollabile a Kiev da parte dei leader occidentali, incluso il presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
La Lituania – il maggiore donatore di Kiev in termini di Pil (1,4%) – fa il suo e promette aiuto “fino alla vittoria” con un pacchetto da 200 milioni di euro. Anche Estonia e Lettonia si sono impegnate con aiuti rispettivamente tra l’1,3 e l’1,1% del Pil, spinte da una guerra troppo vicina ai loro confini per stare tranquilli. Ma per rassicurare il governo di Zelensky servono ben altre cifre: i miliardi di dollari di aiuti statunitensi sui quali il Congresso americano rimane diviso e il pacchetto Ue di 50 miliardi di euro bloccato dal veto dell’Ungheria di Viktor Orban. Sono fondi di vitale importanza per l’Ucraina, che tra agosto e ottobre 2023 ha visto diminuire gli aiuti promessi di quasi il 90% rispetto allo stesso periodo del 2022, raggiungendo il punto più basso dall’inizio del conflitto, secondo il Kiel Institute. E “le prospettive future non sono chiare”, evidenzia il think tank. Lo sa bene Zelensky, per il quale le prossime settimane saranno cruciali per portare a casa fondi e armi necessari a dare nuovo ossigeno alle truppe impegnate al fronte contro l’invasione.
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