“Cento giorni senza mio figlio Hersh da allora la nostra vita si è fermata”

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Gerusalemme – Rachel Goldberg-Polin ha ricevuto l’ultimo messaggio da Hersh, 23 anni, il 7 ottobre alle 8.11, quando ha acceso il telefono nella sua casa di Gerusalemme. «Vi voglio bene. Mi dispiace». Non poteva saperlo, ma il figlio era con altri 28 ragazzi fuggiti dal rave di Re’im in un rifugio sulla strada 232 assediato dagli uomini di Hamas. In quel momento il suo migliore amico, Aner Shapiro, aveva già raccolto e gettato via 7 delle granate lanciate dentro la piccola stanza: l’ottava gli è esplosa in mano, uccidendolo. Subito dopo, due sono entrare nel rifugio, facendo strage: poi i militanti hanno sparato. Hersh e altri 2 giovani, sopravvissuti, sono stati caricati su un pick up: l’ultima immagine, raccolta dal cellulare di un uomo di Hamas, lo mostra con il braccio sinistro spappolato dal gomito in giù sul retro del camion. Da allora, questa signora minuta si è trasformata in un soldato: è stata all’Onu, da papa Francesco, ha incontrato Elon Musk e parlato con centinaia di giornalisti di tutto il mondo, finendo sulla copertina di Time Magazine e sulla Cnn.

Come sta, signora Goldberg-Polin?

«Come una persona investita da un camion, che prova a parlare mentre ha una ruota sullo stomaco e non riesce a respirare. Mi sveglio ogni mattina e sento di non appartenere più a questo mondo. Poi mi dico “è tempo di far finta di essere un essere umano”. Mi alzo, mi vesto, non indosso trucco, né gioielli, né bei vestiti. Non leggo, non ascolto musica, non faccio esercizio. Prendo un pezzo di nastro adesivo, un pennarello, scrivo a che giorno siamo arrivati e lo attacco sulla maglietta. Poi parto in missione: parlo con chi voglia ascoltare, vado ovunque sia necessario, incontro tutte le ‘persone importanti’ che devo incontrare. Con unico scopo: riportare a casa mio figlio. E tutti gli altri».

Ha avuto qualche notizia di Hersh? Dall’esercito, dagli ostaggi liberati…

«Nessuna. Nessuna delle persone liberate ha visto lui nè i ragazzi presi con lui».

Come immagina i suoi giorni?

«Non immagino. Non posso. Alcuni ostaggi hanno raccontato che la loro prima fermata dentro Gaza è stata per far curare quelli che erano feriti. Ecco, spero che qualcuno si sia preso cura della ferita, che è grave: quando tornerà, Hersh avrà bisogno dei medici e di una lunga riabilitazione».

Com’è la vita di una famiglia che aspetta?

«Io e Jon non siamo mai tornati al lavoro: fare campagna per Hersh è diventato il nostro lavoro. Le altre due figlie aiutano: parliamo, ma ogni progetto, ogni frase finisce sempre con “quando Hersh sarà tornato”. Non la chiamerei vita».

Ha mai perso la speranza?

«Non posso. Ogni tanto piango, da sola. E poi penso alla mamma di Aner che mi dice: tu puoi ancora sperare. E allora riparto. In un libro di filosofia che ho sempre con me si dice che c’è un filo sottile che separa la speranza dalla disperazione. Io e la mia famiglia proviamo a restare dal lato della speranza. Parlo all’immagine che mi sono costruita di un mio “io gemello” che è a Gaza: una donna, una madre, che è con Hersh. Le chiedo di essere gentile, prendersi cura di lui. Non credo di essere una sognatrice: non mi piace il “noi e loro”. Credo ci siano persone simili dai due lati: nel bene e nel male».

All’Onu ha parlato della sofferenza della gente di Gaza: non era scontato…

«Ci sono migliaia di persone innocenti che stanno soffrendo, prigioniere di una situazione terribile che non hanno creato loro. Spero che qualcuno di loro guardi negli occhi questi ragazzi e capisca che anche loro sono ostaggio di una situazione che non hanno creato».

Da cento giorni il suo volto è in tutto il mondo: cosa direbbe Hersh se la vedesse?

«Hersh è una persona molto riservata: ci ucciderà quando scoprirà che la sua faccia è ovunque, che le case vicino alla nostra sono tappezzate della sua foto, che chi arriva all’aeroporto di Tel Aviv si trova davanti alla sua immagine e a quella degli altri. Speriamo che tutto questo serva a far capire che a Gaza ci sono persone, non numeri».

Di suo figlio cosa dovremmo raccontare?

«Che è curioso, aperto, divertente. Un maniaco del calcio, della musica e dei viaggi. In prima media si è abbonato al National Geographic e non perde un numero. La scorsa estate ha girato l’Europa da solo: si è innamorato dell’Italia. Genova, Milano e le Dolomiti: in autostop. Qualche giorno fa sarebbe dovuto partire per l’Asia: abbiamo regalato alle persone che hanno preso il volo che doveva prendere lui, adesivi col suo volto. Per attaccarli nei posti che avrebbe dovuto visitare: così, quando ci andrà, scoprirà di esserci già stato in qualche modo. E ci odierà tantissimo per questo».

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Maurizio Barra

Sono nato a Torino, il 19 Febbraio 1968. Ho alle spalle un'educazione direi Umanistica di base, avendo frequentato il Liceo Classico Valsalice e Lingue e Lettere Moderne all'Università. Grande passione per tutto ciò che è una tastiera, dal pianoforte o simili, ai PC, di cui peraltro amo anche il touch. Inoltre, un'altra mia grande passione, è lo sport e mi ha molto coinvolto, siccome ho lavorato molto su di me negli anni, passando attraverso varie fasi, nelle quali sono ingrassato moltissimo e poi sono diventato assai magro, dunque, siccome più volte ho dovuto intervenire su di me, ho voluto approfondire questo discorso ed ho conseguito il Master CFT come Personal Fitness Trainer presso Issa Italia. La voglia e l'interesse ad approfondire tante tematiche e la curiosità olistica, alle volte giocano brutti scherzi, perchè si rischia di iniziare tutto e concretamente di non riuscire a concludere nulla. Bisogna in teoria scegliere cosa fare da grande, il fatto è che io sono già ben cresciuto ed ora mi sento assai coinvolto dall'ambito tecnologico e dunque spero, soprattutto, di essere un intermediario tra i vedenti, diciamo, o comunque tra tutti e proprio chi è non vedente come me, sia per mostrare quante cose si possono fare in autonomia, sia per avvicinare (e qui mi appello a sviluppatori, amanti di softwares etc...) la facilità e l'accesso all'uso completo della tecnologia anche da parte degli stessi non vedenti, che comunque si devono spesso scontrare con grafici, pagine poco accessibili e continui escamotage, per fare cose che, con il famoso click, in teoria si risolvono subito e questo poi non è sempre vero; in sostanza lo scopo o l'idea sono quelli di avvicinare i vedenti, sviluppatori di apps e siti, a renderle più accessibili, metendo dunque a disposizione la mia conoscenza delle Tecnologie Assistive (Assistive Tecnologies) di cui mi ritengo un buon conoscitore. Non parliamo poi delle Apps Mobili ed anche di quel mondo, davvero meraviglioso ed il cui approccio per me è stato direi facile, ma mi rendo conto che non è così per tutti. Quindi, spero, nel tempo, di mettere a disposizione la mia modestissima ed umile e piccola esperienza, mantenendo vivo ogni nuovo possibile fronte di apprendimento e confronto e conoscenza, tutti utili e sempre necessari, non si smette mai di imparare e neanche di confrontarsi. Dunque, spero di avervi con me, sempre più numerosi, lungo questo nuovo cammino! Inoltre, siccome la tecnologia non è soltanto procedure, tutorials su come usare un sistema operativo o su come riparare PC, ma offre anche molti strumenti di consultazione, visione, ascolto, cercherò di condividere con voi le mie impressioni e quindi files, contenuti multimediali o altro, non avranno soltanto attinenza tecnologica, ma qualcosa a che fare con la rete l'avranno. Anzi, sono benvenuticommenti, suggerimenti e proposte. Con il trascorrere del tempo, il sito ha preso la direzione informativa. Pur essendo da solo a gestire tutta questa mole di notizie, prometto di dare sempre il massimo per fornire tutte le notizie il più possibile aggiornate in tempo reale, relative a tantissime categorie: Mondo, Cronaca, Economia, Politica, Tecnologia, Scienza, Medicina, Spettacoli, Cinema, Musica, Cultura, Calcio e sport, Regione Piemonte, tutto, ma proprio tutto, sulla Juventus e molto, molto altro. Grazie a tutti!

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