Tra il 2013 e il 2023 l’Astigiano ha
perso il 30% delle aziende agricole. È l’analisi della Cia di
Asti, che evidenzia come, invece, la quantità di superficie
coltivata sia rimasta sostanzialmente invariata. Le aziende
viticole nell’arco di un decennio sono passate da 5.147 a 3.349
(-35%) ma la superficie dei vigneti è rimasta invariata,
superando i 14mila ettari. “Bisogna intensificare la ricerca sui
vitigni resistenti alla siccità e agli attacchi parassitari,
flavescenza dorata e mal d’esca, che da troppi anni danneggiano
la viticoltura”, chiede Cia Asti. Gli ettari coltivati a
nocciolo in provincia di Asti sono raddoppiati in dieci anni
passando da 3.263 a 6.292, mentre le aziende sono rimaste
stabilmente poco sopra le 2.400. Gli ettari coltivati a mais
sono oggi 5.600, nel 2013 erano 9.600, quasi il doppio. Il
comparto dell’allevamento bovino ha perso circa 400 aziende in
dieci anni, passando da 988 a 603. I capi in stalla sono scesi
da 47.700 a 42.000, di questi 17.800 sono di razza piemontese.
“Vogliamo una normativa che preveda l’obbligo di fornire le
informazioni sull’origine della carne bovina consumata nel
canale Horeca, al ristorante come nelle mense – spiega Marco
Capra, presidente di Cia Asti – dobbiamo far conoscere i pregi
della razza piemontese ai consumatori finali, seguendo l’esempio
delle politiche di promozione avviate con successo dal mondo del
vino”. Sul fronte dell’allevamento caprino si registra nel
decennio un incremento di circa 1.100 capi trainato dal successo
crescente del Roccaverano Dop. Nel corso della conferenza stampa
di presentazione dei dati è stato presentato anche il nuovo vice
presidente di Cia Asti, Amedeo Cerutti.
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