Oltre 150mila abitanti del territorio del comune di Podolsk, quasi metà della sua popolazione, sono rimasti al gelo dopo Capodanno, proprio quando il termometro sfondava i 30 gradi sotto zero. La maggior parte in questa frazione, Klimovsk, un centro da 56mila abitanti a 50 chilometri da Mosca, distanza che si misura nei centimetri di neve non spalata.
Un’accozzaglia di casette basse coi tetti spioventi e di casermoni color ocra, l’immancabile statua di Lenin impettito davanti alla Dom Kultury Mashinostroitel, la “Casa della Cultura Ingegnere meccanico”, e due ciminiere in mattoncini rossi, icona dell’impianto di munizioni specializzato Kspz, intitolato all’ex capo del Kgb Jurij Andropov.
Il guasto nella fabbrica di munizioni
Vietato avvicinarsi. La fabbrica risalente al 1934, oggi sotto sanzioni statunitensi e canadesi, negli anni è stata indagata per almeno quattro casi penali di falso in bilancio e tra i suoi proprietari ha avuto un gangster dichiarato condannato per omicidio, un ex agente del Servizio di protezione del presidente e, dal maggio 2023, l’ex colonnello dell’Fsb Igor Kushnikov a capo negli Anni ’90 della banda criminale Goljanovskaja.
È qui che, la notte tra il 3 e il 4 gennaio, è esplosa una conduttura, lasciando 176 abitazioni, un ospedale, scuole e asili senza riscaldamento, ma le stesse autorità ne sono rimaste all’oscuro per quasi un giorno a causa dei rigidi protocolli di segretezza.
Se la maggior parte delle famiglie nei giorni scorsi è tornata alla normalità, ad altre continua a mancare tutto, anche l’elettricità. Come ad Anna: “Quando finirà questa tortura? Il freddo ci uccide”, chiede sconsolata.
Oltre 6mila interruzioni di riscaldamento al mese
Non un caso isolato. Di giorno in giorno interruzioni del riscaldamento si moltiplicano in tutto il Paese, da San Pietroburgo sul Baltico a Vladivostok nel Pacifico. A Nizhnij Novgorod una conduttura è esplosa riversando in strada una fiumana di acqua bollente: 12 persone sono state ustionate. Lo stesso è successo nella siberiana e gelida Novosibirsk. “Il Generale Inverno, non trovando nemici sul territorio russo, ha iniziato a colpire i suoi abitanti”, ironizzano sui social.
Un paradosso per il Paese che vanta le più grandi riserve di gas al mondo. Una nemesi per le autorità che per mesi hanno ironizzato sugli occidentali che, senza le forniture di Mosca, sarebbero dovuti “tornare alle vecchie stufe”. Ma soprattutto una crisi intempestiva per Vladimir Putin che tra due mesi correrà per un quinto mandato alle presidenziali nel pieno del conflitto con l’Ucraina.
E Putin “ha preso il controllo”
Davanti ad autorità locali incapaci di far fronte ai problemi, il leader del Cremlino ha “preso il controllo” ordinando al governatore di Mosca Andrej Vorobjov di mettere la storica fabbrica di cartucce sotto il suo “controllo manuale”, vale a dire di nazionalizzarlo.
Nina Nikolaeva, pensionata 65enne, non fa altro che ringraziare “il presidente e le autorità centrali”, mentre spinge uno dei suoi “tre nipotini” sull’altalena del parco giochi cittadino.
“Prima Klimovsk era città a sé. Tutti i problemi sono cominciati quando nove anni fa è stata accorpata a Podolsk. Il comune se ne sbatte della nostra qualità della vita. Ma ora che il governatore e Putin hanno preso in mano la situazione, spero che i nostri amministratori locali ci riflettano su. Da noi il riscaldamento è stato ripristinato. Certo, è stato pesante. Eravamo preoccupati per i bambini. Temevamo che s’ammalassero. Sono tornati a scuola soltanto ieri”.
Infrastrutture fatiscenti e corruzione
Lo storico adagio dello “zar buono” e dei “boiardi cattivi” resiste. Ma la soluzione di Putin è tampone, il problema, invece, organico: infrastrutture datate, anni di corruzione endemica e cattiva gestione. In molte parti del Paese le vecchie tubature installate negli Anni ’60 e ’80, che sarebbero dovute durare 25 anni, sono ancora in uso e ogni mese provocano una media di 6.600 interruzioni del riscaldamento.
Una ristrutturazione totale costerebbe 2,2 trilioni di rubli, ma i fondi per l’edilizia abitativa e i servizi comunali sono stati dimezzati per far fronte allo sforzo bellico e alle sanzioni, avverte l’economista Igor Lipsits.
“Problemi come le infrastrutture fatiscenti non possono essere risolti da un giorno all’altro”, commentano gli analisti del sito economico The Bell. “Invece di cercare una soluzione generale, il Cremlino pensa di poter semplicemente nazionalizzare le strutture problematiche, soprattutto dove ci sono collegamenti con la criminalità, per dare l’impressione di fare qualcosa”.
La petizione contro l’arresto del capro espiatorio
È nello stesso tentativo di fare ammuina che il Comitato investigativo ha arrestato con l’accusa di violazione delle norme di sicurezza Kushnikov, il vicesindaco Roman Rjazantev e il responsabile del locale caldaie, il 65enne Aleksandr Chikov.
Un capro espiatorio preso di mira nonostante per 13 anni avesse “suonato tutti i campanelli d’allarme sul malfunzionamento del locale caldaia”. A dirlo è la nipote Olga Afanasieva. Ma a pensarlo sono anche le 76mila persone che in pochi giorni hanno firmato una petizione per la sua scarcerazione.
“La colpa non è di Chikov, ma degli amministratori locali. Non ci ascoltano. Mando ovunque denunce, ma nessuno risponde. Non posso far altro che scrivere e sperare che la situazione migliori”. Svetlana Budkova, 27 anni, studentessa e lavoratrice, abita al numero 20 di Prospekt 50-let Oktjabrja, una “krusciovka” a cinque piani degli Anni ’70 con le verande tutte diverse e il tricolore russo a un balcone.
Al suo pianerottolo ci sono tubi che perdono acqua rovesciando un rivolo per le scale. Nel suo appartamento, due stanze, 40 metri quadri, vivono in quattro. “Siamo senza riscaldamento da 17 giorni. Abbiamo speso la bellezza di 10mila rubli per comprare dei termoconvettori elettrici. Ora che siamo intorno allo zero si sta bene, ma durante le feste di Capodanno per riscaldarci non potevamo fare altro che mettere tutte le stufette in una stanza e poi stare lì dentro tutti insieme. Il peggio è stato quando è venuta a mancare anche la corrente perché tutti usavano le stufe elettriche. Il governatore ha promesso che le bollette di gennaio non ci verranno addebitate, ma è tutto da vedere”.
Lo stato d’emergenza
Nel distretto intanto è stato dichiarato lo stato d’emergenza. Lo vedi subito: nei cortili ci sono ruspe e operai al lavoro, agli incroci chioschi che distribuiscono tè caldo.
Il complesso sportivo Junost e la palestra del ginnasio intitolato agli eroici Cadetti di Podolsk che difesero Mosca nel 1941 sono stati convertiti in centri temporanei di crisi: ci sono pasti, bevande e docce calde. Ma una funzionaria che preferisce restare anonima assicura che “tutti i guasti sono in via di riparazione”. “Nei giorni scorsi distribuivamo anche stufe e coperte. Adesso raccogliamo soltanto le segnalazioni di eventuali disservizi che non sono stati risolti”.
Nel canale Telegram della città però si moltiplicano le denunce. Nel quartiere-villaggio Juzhnyj, “le case a due piani” – come qui dicono tutti – dove vive Anna Smirnova, la situazione continua a essere critica. Secondo il governatore, solo nove edifici su 42 sono in buone condizioni. Gli altri verranno demoliti e i loro 861 abitanti trasferiti.
“Sono case molto vecchie”, ammette Sergej Meskov, 47 anni, voce roca, mentre rimuove centimetri di neve dall’auto. Vive sopra la suocera al primo piano di uno di questi fabbricati. Alle sue spalle, ai fili tesi tra due alberi, sono stese delle coperte ghiacciate. “Qui tutto è obsoleto”.
Il suo vicino è un veterano della Seconda guerra mondiale che però non ne vuole sentire di andarsene. “Sono sopravvissuto alla Grande Guerra Patriottica – dice – sopravviverò anche al gelo”.
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