(di Alessandra Magliaro)
Niente foto, niente video, si entra e
si sta in silenzio. The Legacy Museum, il nuovo imponente museo
a Montgomery, nella Alabama dove è nata la battaglia dei diritti
civili e dove storicamente si è fatta la storia dello schiavismo
dei neri dall’Africa e del razzismo più feroce, è il sancta
santorum degli afroamericani, una mecca laica dove andare almeno
una volta nella vita a rendere omaggio agli avi, alle ferite,
alle umiliazioni, a capire quanta strada si è fatta, quante vite
si sono perse.
Una volta varcata la soglia sulla 400 N Court St l’istinto è
mettersi in preghiera perché tutto intorno ha un’aria sacra. C’è
la storia dentro, quella dell’essere umano usato, strappato,
rapito, seviziato. The Equal Justice Initiative, l’associazione
no profit che è responsabile del museo e che la tiene in cura,
ha scelto questa linea per i visitatori: mettetevi ad ascoltare,
fate esperienza, abbiate rispetto e uscite diversi. Tanta strada
ancora c’è da fare in America e in tutto il mondo sul tema del
razzismo, dei diritti umani e civili e il Legacy Museum
nell’America più profonda è una meta che vale il viaggio.
Ed è quello che migliaia di famiglie americane stanno facendo
perché se chiedere ad un afroamericano che origini ha è
razzismo, (perché la stessa domanda difficilmente la faresti ad
un americano di pelle bianca), è pure vero che la nuova
consapevolezza, il black empowerment passa per scoprire da dove
venivano i tuoi antenati, facendo un percorso a ritroso,
analizzando il dna, rintracciando le origini. E andare in questo
tempio è parte del viaggio perchè quasi sempre il passato di
famiglia è un passato di schiavitù, di sopravvivenza ai naufragi
in cui morirono 2 milioni di persone. Dal 1514 al 1866 si
calcolano 36mila viaggi di schiavi dall’Africa.
Le tracce sono visibili non tanto nelle famigerate
piantagioni di cotone perché non ci sono più, quanto negli
hangar dove venivano stipati, nei ghetti come Africatown a
Mobile, dove venivano confinati a dormire (lavoravano dall’alba
alle 22 di sera, qualunque persona sopra i 10, sì 10, anni di
età). Piantagioni gigantesche perché più schiavi acquistavi al
mercato più terra ti veniva assegnata da coltivare, precisamente
10 acri per ogni donna, 20 per ogni uomo. ‘Il negro è qui e sarà
qui per sempre perché è nostra proprietà e mai sarà emancipato’,
si legge in una delle testimonianze arrivate fino a noi e che
fanno capire perché l’Alabama è stata la culla del razzismo,
visto che la frase risale a dopo che nel 1808 fu abolita a
livello internazionale la schiavitù (il Transatlantic slave
trade) e a dopo il 1865, anno in cui i sudisti persero la guerra
civile e furono costretta ad abolire la schiavitù.
Il razzismo moderno cominciò in quegli anni quando per legge
erano proibiti gli schiavi, erano liberi ad esempio di votare,
ma nei fatti si faceva di tutto per impedire loro di essere alla
pari usando con disinvoltura il 13/o emendamento sull’abolizione
che prevedeva quell”eccetto come punizione di un crimine’ che
fu causa di umiliazioni, torture, esecuzioni oltre che inizio di
tutta quella storia di pregiudizi che vedeva nei neri
delinquenti incalliti (la storia di George Floyd ne è una
conferma, perché la presunzione di consapevolezza è ancora oggi
2024 un trauma black). Dal 1865 alla rivoluzione messa in moto
tra metà anni ’50 e metà anni ’60 da Rosa Parks che si ribellò
al razzismo degli autobus, alla marcia da Selma a Montgomery, ai
raduni di Martin Luther King si parla di era di seconda
schiavitù, con i linciaggi, le uccisioni indiscriminate, il
terrore, il Ku Klux Klan. E di questa la memoria è recente,
ancora bruciante, segno massimo di ingiustizia. Il luogo della
schiavitù divenne il luogo dell’attivismo dei diritti civili ed
anche questo è motivo di pellegrinaggio a Montgomery. Fino al
2000 in Alabama erano vietati per legge gli amori interrazziali
e attualmente in 200 anni di storia c’è il primo sindaco nero a
capo del governo cittadino: fatti che indicano la società
attuale.
Se nel Legacy Museum ‘senti’ le voci degli schiavi, i pianti
dei torturati, le catene e i ceppi, gli avvisi dei negozi ‘No
Niggeros no jews no dogs’, nel ghetto di Africatown a Mobile
vedi testimoni viventi: gli anziani volontari e attivisti
mostrano i resti di Clotilda, l’ultima nave di schiavi arrivata
nel 1860 in piena illegalità, simbolo a perenne memoria,
patrimonio dell’umanità, emersa nel 2019. Un luogo emozionante
che è risultato in cima alla lista nel 2023 ed è in gara nel
2024 come miglior nuovo museo. Intorno ci vive la comunità, poco
distante lo storico cimitero degli schiavi. Qui tutto è
heritage, tutto è monito.
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