Siamo alla vigilia del secondo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, avvenuta il 24 febbraio 2022. Con Andrea Molle, Associate Professor, Department of Political Science, alla Chapman University (USA) facciamo un bilancio di questo conflitto.
Andrea Molle, facciamo un “bilancio” della guerra in Ucraina. A che punto siamo?
È sempre più difficile essere ottimisti. Nonostante i tanti successi delle forze Ucraine, di cui sentiamo parlare in questi giorni, il conflitto è ormai da tempo entrato in una fase di cosiddetta “guerra di attrito”, che per ovvie ragioni favorisce la Russia. Negli studi strategici, in particolare nella Teoria dei Giochi, con questo termine si intende un modello di conflitto dove due o più “giocatori” competono per ottenere il controllo di un insieme di risorse – in questo caso porzioni di territorio. Il conflitto è vinto da chi persiste più a lungo nel suo sforzo bellico, pagando naturalmente un costo proporzionale alla durata dello stesso. Per semplificare, possiamo paragonare le guerre di attrito ad un’asta, dove l’offerta dei singoli partecipanti è espressa nei termini del tempo che sono disposti ad impegnarsi nel conflitto. La vittoria è assegnata, naturalmente, all’offerta più alta mentre i partecipanti pagano, per così dire, un prezzo pari a quella più bassa. In questo modello competitivo, la strategia evolutivamente stabile identifica per ogni giocatore una determinata probabilità di abbondonare la guerra (la cosiddetta resa). Ma si tratta di un’asta a busta chiusa e la persistenza di un giocatore nel continuare nel conflitto è una variabile aleatoria, che non può cioé essere prevista con certezza dall’altro e riposa sul livello di accuratezza dell’intelligence. In altre parole vince chi può permettersi di combattere più a lungo ed è in grado di stimare più accuratamente le capacità, e la resistenza, degli avversari. È palese che la Russia, in questa fase, dispone di maggiori risorse e può letteralmente comprare più tempo dell’Ucraina.
Come sono le posizioni sul campo? Secondo l’intelligence britannica c’è una forte offensiva russa.
Sappiamo ormai da tempo che l’auspicata controffensiva ucraina non ha ottenuto i risultati sperati. A fronte di ingenti perdite, sia di uomini che di mezzi, le forze di Kyiv non sono riuscite a riconquistare granché dei territori invasi da Mosca, impantanandosi in uno stallo che per molti versi ricorda la guerra di trincea che ha caratterizzato la Prima Guerra Mondiale. Questo sicuramente per colpa di una serie di fattori come i sempre più limitati aiuti inviati dai paesi NATO, ma anche a causa delle sorprendenti capacità difensive russe e delle contromisure economiche messe in campo da Mosca per fronteggiare la pressione occidentale. In questo senso la controffensiva russa può risultare fatale per Kyiv, sebbene a questo punto pare che Mosca sia più incline a prolungare il conflitto piuttosto che ad aumentare (per ora) la sua penetrazione in territorio ucraino.
Fino quanto potrà durare la resistenza Ucraina ?
Stando ai dati odierni, le proiezioni più ottimiste non la fanno arrivare alla fine del 2024. Per questo motivo gli Stati Uniti e l’Europa occidentale spingono per “congelare” il conflitto in una guerra difensiva al fine di investire un numero limitato di risorse nella difesa dell’Ucraina, prendendo invece tempo per migliorare le proprie capacità militari. L’approccio della NATO, almeno secondo la mia opinione, è molto pragmaticamente quello di considerare l’Ucraina orientale come una sorta di Termopili. Questo perché disporre di qualche anno per potenziare le capacità operative della NATO, soprattutto nell’ambito delle forze terrestri e dei sistemi missilistici ipersonici, potrebbe offrire sufficiente deterrenza sul fronte orientale (in particolare Moldova e Paesi Baltici) e scongiurare non solo la caduta di Kyiv, ma anche e soprattutto un eventuale conflitto su larga scala con Mosca.
Pensi che sia possibile sia una nuova controffensiva dell’Ucraina?
In realtà, dal punto di vista strategico, l’unica speranza per l’Ucraina di riconquistare le posizioni perdute in questi anni sarebbe proprio quella di riportare il conflitto ad una guerra di manovra, provando ancora una volta a danneggiare la catena logistica russa e sistema difensivo russo. Ma per farlo servono risorse molto più ingenti di quelle attualmente concesse al paese. Sebbene Kyiv stia cercando di convincere i suoi alleati a sostenere una nuova controffensiva, non pare probabile che le cancellerie occidentali siano disposte a scommettere ancora una volta in un miracolo. Anche perché questo comporterebbe il privarsi di risorse economiche e militari che potrebbero essere essenziali a garantire la difesa della NATO per i prossimi anni. A questo ovviamente si aggiunge l’ovvia preoccupazione di Europa e Stati Uniti per l’espandersi della crisi o in Medioriente e l’eventualità, non del tutto remota, di un conflitto con la Cina a causa di Taiwan. Diciamo che la posizione occidentale è molto realista.
La Russia ha trovato paesi complici che gli hanno consentito di mantenere, nonostante le perdite, il suo arsenale ancora forte. Possiamo fare un quadro di questi complici?
Oltre ai suoi alleati storici, dalla Bielorussia alla Cina, passando per l’Iran e la Corea del Nord che è forse il maggior responsabile dell’approvvigionamento missilistico russo, Mosca può contare su una fitta rete di paesi vicini alle sue posizioni. Parliamo ad esempio della Serbia, che ha da poco riaperto le relazioni con la Russia, ma in prospettiva anche un numero consistente di paesi dell’Africa subsahariana dove Putin ha saputo costruire una fitta rete di influenza economica e culturale.
Sappiamo che Putin, attraverso l’oro Africano, è riuscito a superare le sanzioni. Quali sono le vie di questa fonte di finanziamento?
La Repubblica Centroafricana, il Sudan e il Mali sono i tre paesi dove il commercio del cosiddetto “blood gold” (oro insanguinato) è decollato negli ultimi anni. Per comprendere come questo contribuisce ad aggirare le sanzioni alla Russia è importante premettere che l’impegno del Gruppo Wagner in Africa precede l’invasione dell’Ucraina. Wagner è presente nella Repubblica Centrafricana già dal 2017 e nel tempo ha ottenuto, per le sue consociate, diritti minerari sostanzialmente esclusivi per la più grande miniera d’oro del paese. Nel 2018, Wagner ha acquisito i diritti sulla miniera d’oro di Ndassima in cambio di servizi di sicurezza. Le foto satellitari del febbraio 2022 e 2023 mostrano la rapida espansione delle operazioni minerarie. I servizi di sicurezza americani stimano che i profitti potrebbero aumentare negli anni fino a 1 miliardo di dollari all’anno. Dal 2017, il Gruppo è attivo anche in Sudan dove sostiene Omar al-Bashir. Il primo colpo di stato del 2019, che ha rovesciato al-Bashir, e il secondo colpo di stato del 2021, che ha portato il generale Abdel Fattah al-Burhan ad assumere il controllo del paese, non hanno fatto altro che migliorare la posizione economica della Wagner che ha ottenuto accesso senza precedenti all’industria dell’oro. In Sudan, Wagner oggi gestisce sia le miniere che il più importante impianto di lavorazione dell’oro attraverso una fitta rete di società di comodo che le permettono di aggirare le restrizioni locali sulla proprietà straniera. Dal 2021 fino alla metà del 2022, almeno 16 aerei carichi di oro sono partiti dal Sudan per una base aerea controllata dalla Russia in Siria. Proprio in Siria, il Gruppo Wagner aveva inaugurato questo modello di finanziamente assicurandosi una parte dei ricavi provenienti dai giacimenti petroliferi sottratti al controllo dello Stato Islamico in cambio del proprio supporto a Bashar al-Assad. In Mali, Wagner cercò replicare lo stesso modello, ma la situazione degli investimenti internazionali nel paese e la presenza delle truppe francesi lo resero impossibile. Si è pertanto dedicata all’erogazione dei servizi di sicurezza, cui Mosca ha contribuito inviando numerosi mezzi militari. Anche in questo caso comunque, i pagamenti in contanti ricevuti da Wagner – che ammontano in circa 10 milioni di dollari al mese – provengono dall’industria estrattiva dell’oro, dominata da quattro società che collettivamente forniscono il 50% delle entrate fiscali del Mali. Per riassumere, quello che osserviamo è una quantità enorme di oro africano che viene spedito o contrabbandato attraverso il Medio Oriente, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. L’oro viene trasportato via terra o per via aerea in questi paesi dove viene fuso e mescolato con oro proveniente da fonti legali. Il che lo rende relativamente facile da nascondere. L’oro viene poi commerciato anche attraverso la Cina, Hong Kong e la Turchia dove la Russia ha diverse società di comodo utilizzate per spostare agevolemente il denaro ottenuto dalla vendita.
A quanto ammonta questo traffico?
Le stime più rencenti suggeriscono che tra il 2022 e il 2023 il gruppo Wagner abbia riciclato qualcosa come 2,5 miliardi di dollari, nel tentativo di sostenere lo sforzo bellico di Mosca. Ma è probabilmente solo la punta dell’iceberg, anche perché abbiamo visto che la Russia sta consolidando la sua influenza in Africa e potrebbe presto accedere ad altre risorse.
In questo scenario Africano chi ha preso il posto della famigerata Wagner?
In realtà il Gruppo Wagner è vivo e gode di ottima salute. Ma come sappiamo è uno dei tanti conglomerati PMC che ricadono sotto il controllo più o meno diretto del Cremlino.
Come si sta comportando l’occidente?
L’espansione dell’influenza russa è un disastro per tutti, tranne che per Putin e i dittatori che lui sostiene ovviamente. In Africa, i regimi dittatoriali rafforzano la loro presa con il sostegno di Wagner e di altre PMC, spesso massacrando civili, creando le condizioni per un aumento del terrorismo e dando vita a dei veri e propri disastri ecologici dovuto allo sfruttamento eccessivo delle risorse. In Europa orientale e Medioriente, il caos avvantaggia solo la Russia e altri attori ostili (statali e non). Ma di fronte a tutto questo, gli Stati Uniti e l’Europa sembrano far fatica capire quello che sta succedendo e naturalmente a consolidare una risposta strategica che non sia solo reattiva. Questa risposta dovrebbe includere, a mio avviso, non solo cercare di arrestare la Russia sul fronte dell’offerta di presenza in Africa, ma anche colpire direttamente quei regimi che la supportano dal lato della domanda con sanzioni e altri strumenti di deterrenza.
Per la diplomazia ci sono sbocchi?
Ritengo che ci sia sempre spazio per la diplomazia, ma una diplomazia efficace non può che basarsi su una deterrenza credibile ed efficace che riesca a dissuadere gli attori ostili dai loro intenti. Purtroppo, sebbene si moltiplichino gli sforzi diplomatici in diverse situazioni di crisi e conflitto, non sembra che la deterrenza messa in atto dall’occidente stia funzionando. Forse si dovrebbe ripartire da quella per sperare in una soluzione diplomatica.
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