Borzone, dalle pagine di una rivista e in un programma tv si era rivolta ad Elettra Lamborghini, erede della dinastia Lamborghini, chiedendole di farle conoscere “papà Tonino”, e presentandosi quindi come sua sorellastra, nata nel 1988 da una relazione con l’imprenditore Tonino Lamborghini. Da questa affermazione era scaturita una denuncia presentata ai carabinieri e il processo in corso davanti al giudice Anna Fiocchi.
Gli avvocati delle due donne, Sergio Culiersi, Gian Maria Romanello e Carlo Zauli, hanno presentato gli esiti della comparazione, fatta da un docente dell’Università di Ferrara, tra il Dna del la loro assistita e quello della cantante e modella. Le imputate sono poi state sentite in aula: “Non volevo offendere nessuno, solo sapere di chi sono figlia”, ha detto Borzone. I difensori hanno spiegato di aver ingaggiato quattro investigatori privati e uno di loro è riuscito ad acquisire una cannuccia con la saliva di Elettra, prelevata da un frappé.
“In questo processo – ha detto al Resto del Carlino il professor Mauro Bernardini, difensore di Lamborghini nel giudizio bolognese – era già stato chiesto dalla difesa un esame del Dna, che è stato respinto dal giudice. La sede deputata per un simile accertamento è la causa civile. Il punto del processo in atto sono invece le frasi diffamatorie pronunciate nei confronti del mio assistito, dando per scontato che la figlia e l’imputata siano sorelle e trattandolo, per questo, in malo modo”. La difesa di Borzone e della madre invece vuole dimostrare che hanno detto la verità. L’udienza è stata aggiornata a marzo, mentre la sentenza potrebbe arrivare a giugno. A Napoli intanto è in corso l’appello di un procedimento civile sul disconoscimento del padre da parte di Borzone.
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