Quest’informazione è stata confermata da uno dei suoi legali, l’avvocato Antonio Cozza che insieme al collega Nicodemo Gentile si era occupato di una possibile istanza di revisione del processo ma al momento nulla risulta depositato. Nel processo di primo grado Erra era stato condannato all’ergastolo, in appello la pena era stata ridotta a 20 anni, quindi il ricorso della procura generale di Brescia in Cassazione. La Suprema Corte decise un nuovo processo.
Il 3 novembre 2005 Giovanni Erra venne condannato a Milano e nelle motivazioni della sentenza, di lui i giudici scrissero in seguito, con riferimento al delitto: “Una personalità disumana e insensibile al richiamo umanitario anche di fronte a una ragazza che implorava pietà (come lo stesso imputato ha dichiarato)”. Poi avrebbe ritrattato. I giudici di Milano scrissero anche che “la sua partecipazione al fatto, nella sua qualità d’adulto ha contribuito notevolmente a rafforzare il proposito delittuoso dei tre minori, i quali, senza il conforto dell’adulto, verosimilmente non avrebbero coltivato quel proposito delittuoso”. Nel capoluogo lombardo la pena risalì fino a 30 anni di carcere, destinata a diventare quella definitiva. Oltre a lui furono condannati tre ragazzini minorenni – due sedicenni e un quattordicenne – che hanno già finito di scontare le rispettive pene.
Desirée Piovanelli venne uccisa in un cascinale diroccato a pochi metri da casa. Il suo corpo fu ritrovato massacrato a coltellate dopo giorni di ricerche e la confessione di uno dei tre minorenni. Secondo la sentenza, la ragazza si era ribellata a un tentativo di violenza sessuale. Dopo una prima coltellata al torace infatti, sarebbe stata “ripresa” sulle scale, come testimonia un’impronta insanguinata della mano di Desirée trovata su un muro. Poi la giovane sarebbe stata riportata al piano di sopra e uccisa. I giudici hanno affermato che la quindicenne era stata attirata in quel luogo con il pretesto di mostrarle dei gattini appena nati, dal vicino di casa 15enne. Oggi, dopo quasi 22 anni dall’omicidio, il padre della ragazza, Maurizio Piovanelli, è convinto che quella ricostruita dalle indagini e dalle successive sentenze, sia solo una parte della verità e chiede di riaprire il caso per i molti lati oscuri della vicenda. Fra tutti, la presenza di una traccia biologica estranea a quelle dei quattro condannati, isolata già all’epoca sul giaccone indossato da Desirée e mai approfondito. “Traccia di un soggetto di sesso maschile diverso dagli indagati”, secondo l’ex comandante del Ris di Parma Luciano Garofano nella relazione. I tre giovani però hanno sempre negato la presenza di un quinto uomo.
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