Argentina, ok parziale alla legge omnibus di Milei. A Buenos Aires migliaia in piazza e violente repressioni
Dal Congreso è appena stato annunciato che i parlamentari hanno approvato la Ley Ómnibus, il maxi-progetto di legge presentato dal neo-eletto presidente argentino Javier Milei e che prevede cambi drastici in ogni aspetto della società del Paese latinoamericano. Mentre i due ragazzi lanciano le pietre, migliaia di persone stanno cantando cori in piazza. La maggior parte di loro sono qui da tre giorni per protestare mentre il Parlamento discute il progetto e, ora che è stato approvato, si riversano con rabbia nella piazza della capitale cercando di rompere i cordoni dei militari per arrivare sotto al Congreso.
Javier Milei, outsider della politica dalle idee ultraliberiste e di destra, è diventato famoso nel mondo per le immagini della sua controversa campagna elettorale in cui brandiva una motosega per simboleggiare i tagli alle spese pubbliche che avrebbe fatto se eletto. Per convincere gli elettori a votarlo ha promesso una “terapia shock” per risolvere la pesantissima crisi economica che da anni attanaglia l’Argentina e che gli ultimi governi peronisti non hanno saputo risolvere. Nessuno però si aspettava che Milei avrebbe agito così in fretta e così radicalmente, presentando la Ley Ómnibus durante le sue prime sei settimane di governo.
Il progetto originalmente era composto da oltre 600 articoli, mentre quelli approvati oggi dai parlamentari sono 382 e apporteranno cambi radicali, fra cui la privatizzazione delle imprese statali, l’aumento dei poteri del Presidente del Paese, il taglio degli aiuti statali ai cittadini, al settore della sanità e dell’educazione. Il progetto di legge è stato approvato dal Parlamento con 144 voti a favore e 109 contrari, nei prossimi giorni i parlamentari saranno chiamati a votare articolo per articolo e successivamente la Ley Ómnibus passerà alla discussione in Senato.
A pochi passi dal Parlamento è stato montato un grande gazebo rosso su cui campeggia la scritta: “Punto sanitario”. Qui infermieri e medici volontari si sono riuniti per soccorrere i manifestanti feriti. Da quando sono iniziate le proteste di fronte al Congreso infatti la repressione degli agenti delle forze dell’ordine, guidati dalla ministra della Sicurezza Patricia Bullrich, è stata brutale. Nella sola serata di giovedì 1 febbraio sono stati almeno un centinaio i cittadini feriti dagli agenti, soprattutto colpiti da proiettili di gomma sparati molto spesso a distanza ravvicinata e dall’uso indiscriminato di gas lacrimogeni e sostanze chimiche contenute nell’acqua dei camion idranti usati per disperdere la folla. “Ieri continuavano ad arrivare persone nel gazebo. Arrivavano correndo e si afferravano a noi per cercare di salvarsi, non vedevano nulla a causa dei gas lacrimogeni e bruciava loro la pelle per le sostanze chimiche. È stata una follia, è la prima volta che vedo una repressione del genere in Argentina”, dichiara Malena, 24 anni, infermiera.
L’atmosfera nella Plaza del Congreso è surreale. Le sirene rimbombano fra i palazzi, e gli spari degli agenti si susseguono, mentre i cori dei manifestanti crescono. Non c’è illuminazione e l’unica luce arriva dal palazzo del Parlamento e dai cassonetti a cui i manifestanti hanno dato fuoco. Gli agenti schierati sono migliaia, arrivano marciando in tenuta antisommossa accompagnati da decine di militari che sfrecciano in rumorose motociclette: sono in coppia, uno guida e l’altro punta un grosso fucile contro i manifestanti. Prima che venisse annunciata l’approvazione del progetto di legge da parte del parlamento, i manifestanti in piazza protestavano in forma pacifica.
C’era chi aveva in mano il mate (la tipica bevanda argentina) o una birra fresca, chi aveva legata al collo la bandiera nazionale o chi indossava la maglia di Messi. Ovunque si sventolavano enormi bandiere dei sindacati e gruppi di pensionati e lavoratori statali manifestavano fianco a fianco. Fra loro Mabel, 57 anni, dipendente pubblica, che sostiene: “Oggi sono qui perché questo progetto di legge creerà ancora più disuguaglianza, povertà e disoccupazione. Sono cambi che peggioreranno le condizioni di chiunque lavori nel settore pubblico, sociale, educativo e sanitario”.
Mentre Marisol, 58 anni, integrante del Movimiento Territorial de Liberación Carlos Chile, aggiunge: “Con queste nuove leggi tutto il nostro territorio, ricchissimo di risorse naturali, sarà messo in vendita e la popolazione non ne trarrà alcun beneficio. Basta pensare all’importanza che ha il litio nel mercato globale e quanto ne possiede il nostro Paese. Con questo progetto le aziende straniere avranno il via libera per saccheggiare il nostro territorio”.
Le proteste che oggi sono andate avanti sin dal mattino, finiscono verso le 10 di sera. La repressione degli agenti è stata brutale, ma ci sono stati meno feriti e meno manifestanti colpiti dai proiettili di gomma.
Pochi giorni fa il presidente Javier Milei ha annunciato che il suo governo non ha un “piano b” e che i primi segnali di ripresa economica dovrebbero arrivare entro due anni. Nel frattempo continuerà la svalutazione della moneta nazionale, l’aumento dei prezzi, i licenziamenti e i tagli ai sussidi statali. Nella piazza ormai ci sono poche centinaia di persone, due manifestanti protestano di fronte agli agenti. Poco distante un uomo è stato ammanettato e un altro viene sbattuto violentemente a terra da un poliziotto. Mentre un piccolo gruppo di cittadini si dirige verso la metropolitana più vicina gridando “il popolo ha fame”, 5 agenti della polizia federale si scattano una foto sorridenti al centro della piazza con i cassonetti bruciati e riversi a terra.
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