Finora le manifestazioni organizzate ogni sabato dal gruppo di mogli dei mobilitati “Put Domoj” (La strada verso casa) erano state tollerate, benché non fossero ufficialmente autorizzate. Le donne si riunivano nei Giardini d’Alessandro, sotto alle Mura del Cremlino, nei pressi della piazza Rossa, e deponevano fiori davanti alla Tomba del Milite Ignoto, mentre le forze di sicurezza osservavano da lontano.
Ma questo non era un sabato come gli altri: era il cinquecentesimo giorno dal decreto del settembre 2022 sulla “mobilitazione parziale” che le aveva separate dai loro uomini. Perciò le donne di “Put Domoj” avevano chiesto alla popolazione di unirsi alla loro simbolica azione di protesta. Con sciarpe bianche in testa.
In mattinata la procura di Mosca aveva avvertito su Telegram sul rischio di possibili azioni giudiziarie in caso di partecipazione a “manifestazioni non autorizzate”. Ma a rispondere all’appello c’erano pressocché soltanto giornalisti, col gilet fluorescente e la scritta “Pressa”, “Stampa”.
Il che non ha dissuaso le forze di sicurezza dall’intervenire e dal fermare almeno 27 persone, tutti uomini: amici e familiari dei mobilitati, attivisti del movimento Per i diritti umani, ma soprattutto reporter. Giornalisti dei media russi Sotavision e Kommersant e collaboratori di media stranieri: l’agenzia di stampa francese Afp e la statunitense Ap, il media olandese Nos, il settimanale tedesco Der Spiegel, la tv giapponese Fuji.
I fermi sono continuati anche quando i manifestanti si sono spostati al quartier generale della campagna elettorale di Vladimir Putin per le presidenziali. Sono rimaste soltanto le donne a lasciare il loro appello al “candidato presidente” perché desse infine l’ordine di smobilitare i loro uomini.
Se i reporter sono stati rilasciati dopo un paio d’ore dopo il controllo dei documenti e una nota di richiamo del ministero degli Interni russo, ma senza accuse, i familiari dei mobilitati sono stati trattenuti. Con la polizia che ha impedito l’accesso agli avvocati.
Vladimir, caro amico di Jana e del marito mobilitato in Ucraina, ad esempio, sarà processato per “teppismo”, la stessa accusa che fu mossa contro le Pussy Riot dopo il loro show provocatorio dentro la Cattedrale del Cristo Salvatore.
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