MATTEO DOTTO, “GS” DELL’AGOSTO 2013
Enrique Macaya Márquez va per gli ottant’anni ed è il giornalista sportivo radiotelevisivo più noto dell’intera Argentina. Ha all’attivo ben quattordici Mondiali, insomma di calcio ne mastica parecchio. Fu lui, undici anni fa, a etichettare Carlitos Tévez come “El jugador del pueblo”. Non servono traduzioni. Due parole (più un articolo e una preposizione) che fotografano la considerazione che gli argentini hanno della nuova stella del campionato italiano, del nuovo numero dieci della Juventus. “Madama” se lo è assicurato per i prossimi tre anni.
Già, il numero dieci: magia e fantasia, da Sivori a Del Piero, passando per Michel Platini e Roby Baggio, quasi sessant’anni di calcio di qualità (e che qualità!) in bianconero. Un numero pesante, “diez” in spagnolo, “dez” in portoghese. Un numero che Tévez ha portato sulle spalle sporadicamente nel Boca (diciotto, nove, diciannove e undici le altre “camisetas” della sua lunga militanza nell’equipo xeneize) e nella Selección. E che ha invece esibito con continuità nella biennale esperienza brasiliana al Corinthians. Un numero, però, che per lui è una novità assoluta in Europa. I suoi sette anni in Premier League sono stati contrassegnati da maglie di colori diversi ma con la costante di un numero piuttosto anonimo, il trentadue: indossato nel West Ham (dove al suo arrivo la dieci era di Marlon Harewood), nel Manchester United (con Wayne Rooney padrone della dieci) e nel City (con la dieci prima di Robinho e poi di Džeko).
Non è comunque dal numero di maglia (da questi particolari, direbbe, anzi canterebbe De Gregori) che si giudica un giocatore. Carlitos Tévez, infatti, al di là delle maglie e dei numeri che indossa, è un predestinato. E del resto le sue potenzialità erano già ampiamente intuibili in età pressoché adolescenziale. Aveva quindici anni quando, con l’Argentina Under 16, prese per la prima volta l’aereo con destinazione Europa. Si giovava a Londra un triangolare con i pari età di Francia e Inghilterra. Al debutto, la Selección batte 1-0 la Francia con un “golazo de chilena” di Tévez, una straordinaria perla in rovesciata. Gioca seconda punta, il giovin Carlitos, girando attorno al centravanti, un fusto con i capelli biondi e gli occhi chiari di nome Maxi Lopez.
Poco più di un anno dopo, quando Tévez di anni ne ha sedici, ecco il suo primo sbarco in Italia. A Salerno, per la precisione. Si gioca un torneo pomposamente denominato Mundialito Under 16. In effetti, le Nazionali partecipanti sono di prim’ordine: Italia, Argentina, Brasile, Francia e Stati Uniti. Non c’è Maxi Lopez, ma, oltre che su Tévez, la Selección punta forte su un altro classe 1984, il centrocampista Javier Mascherano, e su un esterno di destra classe 1985 di nome Pablo Zabaleta. Un bel tris di campioni in erba che sbocceranno prepotentemente, anche se curiosamente le stelle annunciate di quell’Argentina sono il regista Hugo Colace dell’Argentinos Juniors (classico numero cinque sudamericano) e il trequartista Lucas Correa, del Rosario Central. Di Colace, dopo tre anni nelle divisioni minori inglesi con il Barnsley e un’ultima fugace apparizione nell’Auxerre, si sono perse le tracce. Correa ha giocato l’ultima stagione nel Bassano Virtus, in Lega Pro. È comunque proprio a Salerno che Tévez consolida la sua fama di bomber implacabile. Al debutto, doppietta nel 3-2 agli USA (l’altro goal è a firma Mascherano); poi nel 2-0 all’Italia va in bianco ma serve un assist ad Aguirre, autore di una doppietta; in finale mitiga l’amarezza per la sconfitta ai rigori contro il Brasile, segnando la rete dell’1-1.
Nel 1999 e nel 2000 le prove generali. Nel 2001 (esattamente il 21 ottobre), l’esordio nel calcio dei grandi. Carlos Bianchi ha il reparto avanzato in emergenza, per giocare al fianco dell’esperto Delgado il ballottaggio è tra lo scattante Tévez e il più fisicato Colautti, che fra l’altro ha due anni in più. Bianchi alla fine sceglie Carlitos, il Boca perde 1-0 a Cordoba contro il Talleres, ma secondo il quotidiano sportivo “Olè” Carlos Tévez mostrò «uque tiene pasta». “Pasta”, misto di talento, astuzia e forza. Per festeggiare il primo goal con la prima squadra del Boca però Carlitos deve aspettare più di sei mesi. In panchina non c’è più Bianchi, bensì Tabárez, a Buenos Aires si gioca l’andata dei quarti della Libertadores, avversario è l’Olimpia di Asunción. Tévez gioca da esterno sinistro di centrocampo, nel rigido 4-4-2 del Maestro, con Abel Balbo e Delgado di punta. Corre il minuto diciotto, Delgado si allarga sulla sinistra e crossa al centro, Balbo va su in elevazione ma non ci arriva, appostato nell’area piccola Tévez ci mette il piatto destro, segna e corre ad abbracciare l’ex bomber di Udinese e Roma. A fine partita, nonostante l’1-1, la Bombonera ha un solo grido: “Tévez corazón”. Pochi giorni dopo Ricardo Tesone, il suo primo procuratore, fa firmare a Carlitos il primo contratto da professionista.
Molto si è detto e si è scritto su Tévez nelle scorse settimane: della sua infanzia difficile nel “barrio” di Fuerte Apache, dei suoi rapporti complicati a Manchester con Ferguson allo United e con Mancini al City, dei flirt mercatari degli anni scorsi con Inter e Milan, della voglia di riportare la Juventus nell’élite del calcio euro-mondiale. Là dove Carlitos ha saputo issarsi con le maglie di Boca Juniors, Manchester United e della Selección argentina. Con tanti titoli importanti conquistati da protagonista, ma anche con numeri a volte imbarazzanti per la loro pochezza.
Cominciamo con il ricordare che Tévez è l’unico giocatore argentino nella storia ad aver vinto la Copa Libertadores e la Champions League, la Coppa Intercontinentale e il Mondiale per Club: 2003 e 2008 gli anni magici, la maglietta “azul y oro” del Boca e quella dei “Red Devils” di Manchester i cimeli da incorniciare. I brasiliani del Santos e il Milan le vittime ai tempi del Boca, il Chelsea e gli ecuadoriani della Liga di Quito le vittime ai tempi dello United. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal bilancio deficitario di Carlitos nelle coppe europee: non segna da più di quattro anni (ultima gioia il 7 aprile 2009 in Champions League, nel 2-2 tra Porto e Manchester United), con il City non ha mai fatto un goal (tredici partite a secco tra Champions ed Europa League) e neanche con lo United lo score è esaltante (sei centri in ventiquattro presenze). In tutto, se aggiungiamo le due presenze e zero goal in Uefa con il West Ham, siamo ad appena sei reti in trentanove gare. Un po’ pochino per un top player con la missione di riportare la Juve ai vertici in campo internazionale.
Se il 2003 e il 2008 sono stati gli anni top di Tévez a livello di club, il 2004 è oro che luccica, è l’oro dei Giochi di Atene, un oro arrivato contestualmente a quello del basket, un oro che lo sport argentino attendeva addirittura da Londra 1948. Della Selección olimpica diretta da Marcelo Bielsa, Carlitos è l’arma letale: capocannoniere con otto centri, segna due reti alla Serbia e una alla Tunisia nel girone, una tripletta a Costarica nei quarti, un goal (il primo) all’Italia nella semifinale stravinta 3-0 dall’Argentina e decide la finale contro il Paraguay, firmando l’1-0 che vale l’oro.
Otto reti in una ventina di giorni. L’altra faccia della carriera albiceleste di Tévez sono numeri molto più poveri con la Selección dei grandi: in sette anni, dal 2004 al 2011, cinquantadue presenze e tredici goal. Di cui però tre ai Mondiali: uno in Germania 2006 alla Serbia e due in Sudafrica 2010 al Messico. Curiosamente, tutti e tre “fischiati” da Rosetti (compreso il primo al Messico, in evidente fuorigioco non rilevato dall’assistente Ayroldi). Sono oramai più di due anni che Tévez è fuori dal giro della Selección. Nell’ultima partita, 16 luglio del 2011 contro l’Uruguay in Copa America, un suo errore dal dischetto è fatale e la parata di Muslera sul destro di Carlitos, unito al successivo rigore trasformato da Martin Cáceres, costa la finale all’Argentina padrona di casa e lancia l’Uruguay verso la vittoria del suo quindicesimo torneo continentale. Sergio Batista lascia pochi giorni dopo la panchina della Selección, al suo posto Alejandro Sabella e il suo 4-3-3 con i posti prenotati in attacco dal trio Aguero-Messi-Higuaín. E per Tévez fine delle trasmissioni.
Al meno per il momento. Sabella, infatti, non ha una preclusione assoluta per Tévez. Il suo grande amico Daniel Passarella, cui Sabella ha spesso fatto da secondo, è stato allenatore di Tévez in Brasile con il Corinthians e i rapporti con l’Apache sono tuttora ottimi. Insomma, l’avventura juventina con quella maglia numero dieci, così pesante per la storia che si porta dentro ma così leggera per le esperienze di Carlitos (che nel Boca la ereditò da Riquelme e indirettamente da Maradona), potrebbe avere uno sbocco mundialista. Riportare la Juve nell’élite del calcio europeo, ma anche rilanciarsi e puntare al terzo Mondiale: sono gli obiettivi del “jugador del pueblo”, di quel tanto agognato top player che sembrava destinato negli anni scorsi a Milan e Inter e che invece ha scelto il bianconero.
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