La pressione dello Stato Islamico sul Sahel: un attacco in Mali, al confine con il Niger, fa 13 morti tra i soldati
Secondo l’opposizione, la decisione di Sall è un «colpo di Stato costituzionale», in un Paese dove le presidenziali sono state annullate e rinviate solo una volta, nel lontano 1967, e dove mai c’è stato un colpo di Stato militare – come, invece, praticamente ovunque nel resto del continente. Esempio di democrazia e a lungo anche con prospettive economiche incoraggianti, il Senegal è piombato negli ultimi anni in una nuova fase di crisi e incertezza, ritornando ad alimentare il flusso migratorio dall’Africa subsahariana verso l’Europa. E con una gioventù (tre quarti della popolazione ha meno di 25 anni) sempre più refrattaria alla classe dirigente della “vecchia” democrazia parlamentare, giudicata corrotta e inefficiente, e attratta invece dalle tendenze panafricane e sovraniste che dilagano nel Sahel.
Sall, sempre meno popolare, ha rinviato le elezioni invocando il conflitto istituzionale fra l’Assemblea nazionale e il Consiglio costituzionale, dopo che quest’ultimo ha approvato venti candidature alle prossime elezioni eliminandone però alcune decine. Insomma, si tratterebbe di una ragione tecnica, per prevenire contestazioni. Ma in realtà Sall (che non si ripresenta, proprio a causa del malcontento popolare) teme che il suo candidato non ce la faccia a imporsi. Si tratta di Amadou Ba, personaggio criticato perfino all’interno del partito al potere, l’Alliance pour la République. Sarebbe questa la vera ragione del rinvio.
Tra i personaggi che, invece, potrebbero farcela c’è il candidato anti-sistema Bassirou Diomaye Faye, che raccoglie l’eredità di Ousmane Sonko, politico panafricanista e sovranista di 49 anni, seguito soprattutto dai giovani. Sonko e Diomaye Faye hanno fondato il partito Pastef (Patriotes africains du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), disciolto nel luglio scorso. Sonko, accusato di stupro nel 2021, è finito in carcere, dove si trova ancora ed è stato escluso dalle candidature delle presidenziali dalla Corte costituzionale. Ma il suo alleato Diomaye Faye è stato mantenuto come candidato legittimo (anche se anche lui si trova attualmente in prigione, in detenzione preventiva). Considerato da una parte della popolazione alla stregua di un perseguitato di Sall e del governo attuale, Diomaye Faye potrebbe vincere, con l’appoggio a distanza di Sonko. E in ogni caso altri candidati potrebbero approfittare dell’immagine screditata di Sall e dei suoi, accusati di corruzione.
Già domenica sono iniziate a Dakar i cortei contro Sall. Le forze dell’ordine sono intervenute con i gas lacrimogeni e una certa brutalità. Non solo: Anta Babacar Ngom, anche lei candidata alle presidenziali, e Aminata Touré, già premier (ora all’opposizione) sono state arrestate e poi rilasciate nella notte tra domenica e lunedì. Il Governo ha bloccato le trasmissioni della tv privata Walf, accusata di fomentare i disordini dando spazio alle immagini della manifestazione.
Ieri, di nuovo, alcune centinaia di manifestanti si sono radunati dinanzi all’Assemblea nazionale, mentre i deputati discutevano il provvedimento voluto da Sall, e sono stati dispersi con i lacrimogeni. Ieri mattina il Governo ha anche bloccato Internet sulla telefonia mobile in diversi quartieri di Dakar, come già aveva fatto nel giugno 2023. L’obiettivo è limitare le manifestazioni organizzate sui social.
Intanto, Usa, Ue, Francia e Ecowas (la Comunità degli Stati dell’Africa dell’Ovest) hanno espresso ognuno la propria preoccupazione per la situazione in Senegal. Nessuno si è dimenticato del colpo di stato militare, lo scorso 26 luglio in Niger, già baluardo dell’Occidente nel Sahel e oggi ormai caduto sotto l’influenza della Russia al pari di Paesi come il Mali, il Burkina Faso e la Guinea, che vedono tutti al potere militari golpisti anti-occidentali. Il Senegal ha una tradizione democratica più consolidata di tutti questi Paesi e un esercito da sempre diligente e lealista. Ma le incertezze e le tensioni incombono. Tutto è possibile.
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