Allo stesso Bolsonaro è stato sequestrato il passaporto e imposto il divieto di conferire e ricevere delle persone. Una sorta di arresti domiciliari con l’obbligo di restare in Brasile. I provvedimenti sono stati affidati alla Polizia Federale che ha provveduto a una serie di blitz in 10 Stati e nel Distretto Federale. L’operazione, battezzata non a caso, Tempus Veritatis, il Momento della Verità, si è conquistata i titoli di apertura di tutti i siti. Sta scuotendo il Brasile. Per la prima volta pone al centro del tentato colpo di Stato l’uomo che non ha mai nascosto le sue simpatie per un intervento dei militari, la sua nostalgia per una dittatura ripudiata dalla Costituzione, messo in dubbio il sistema elettorale, contestato lo stesso voto del novembre del 2022 che assegnò la vittoria, di misura, a Luiz Inácio Lula da Silva.
Riparato negli Usa proprio alla vigilia dell’assalto di Brasilia, Bolsonaro si è sempre dichiarato estraneo all’iniziativa dei suoi sostenitori. Prese le distanze, dopo molte insistenze, ma fece fatica a condannarli; in fondo, li giustificò. La prime indagini scoprirono in casa di Anderson Torres, già ministro della Giustizia di Bolsonaro e all’epoca dei fatti segretario della Pubblica Sicurezza di Brasilia, la copia di una bozza di un piano di golpe. Prevedeva l’annullamento del risultato, la proclamazione dello stato d’emergenza, il mantenimento del governo Bolsonaro, con la garanzia dei militari che avrebbero gestito la fase transitoria in attesa di nuove elezioni.
Subito arrestato, Torres bollò quella bozza come una semplice idea. Stessa cosa fece l’ex capitano Mauro Cid, aiutante di campo dell’ex presidente, anche lui messo in carcere successivamente, che le definì “sciocchezze”. Tuttavia, stanco di assumersi tutte le responsabilità lo stesso Cid ha deciso alla fine di confessare e ha stretto un accordo di collaborazione con la magistratura. Il cerchio si è stretto attorno a Bolsonaro, con una perquisizione a casa del figlio Carlos e l’arresto dell’ex capo dei Servizi segreti (Abin), accusato di aver creato una struttura parallela che spiava e forniva indicazioni sulle indagini della magistratura che riguardavano la famiglia dell’allora presidente. Ieri, il blitz conclusivo.
“Le informazioni raccolte”, si legge nel dispositivo firmato da de Moraes, “hanno rivelato che Jair Bolsonaro ha ricevuto un progetto di decreto presentato da Filipe Martins, all’epoca suo consigliere, e dall’avvocato Amauri Feres Saad, rappresentante di quel centro d’affari che sosteneva l’ex capitano, per eseguire un colpo di Stato che dettagliava la presunta ingerenza della magistratura nell’esecutivo”. Il piano prevedeva l’annullamento del voto e la dichiarazione dello stato di emergenza con Bolsonaro che restava al potere. Copia del progetto fu spedita dal cellulare di Cid. L’ex presidente lo esaminò e apportò alcune modifiche. Aggiunse l’arresto del suo grande nemico del momento, Alexandre de Moraes. Lo voleva dietro le sbarre. Assieme al presidente della Corte Suprema Gilmar Mendes, colpevole di aver avviato un’inchiesta sulla valanga di fake news diffuse dall’“Ufficio dell’odio”, come veniva chiamata la macchina della propaganda sui social di Carlos Bolsonaro, e il presidente del Senato Rodrigo Pacheco.
Una delle correzioni prevedeva di indire subito nuove elezioni per giungere a un risultato diverso. Tra gli arrestati spiccano figure di primissimo piano. Il generale Augusto Heleno, già ministro dell’Ufficio per la Sicurezza Istituzionale; l’ex ministro della Casa Civile e della Difesa Walter Barga Netto, anche lui generale dell’esercito; Anderson Torres, ex ministro della Giustizia, Valdemar Costa Neto, presidente del Partito Liberale, quello di Bolsonaro; Marcelo Câmara, ex consigliere di Bolsonaro e già indagato per aver fornito un certificato falso di vaccinazione anti Covid che consentì all’ex capitano di rifugiarsi negli Usa mentre i suoi fan saccheggiavano i palazzi del potere. Infine Filipe Martins, ex consigliere di Bolsonaro per gli affari internazionali che avrebbe materialmente presentato al suo capo il progetto di golpe.
Tra i messaggi sequestrati e analizzati dagli investigatori ce ne sono molti dei militari coinvolti. In una nota dell’11 novembre 2022, pochi giorni dopo la vittoria di Lula, i comandanti delle Tre Forze Armate affermano di rimanere “vigili, attenti e concentrati sul loro ruolo costituzionale nel garantire la nostra sovranità, ordine e progresso”. In quelli successivi ci sono delle trattative per organizzare incontri tra membri civili del governo e militari “allo scopo”, si legge, “di pianificare ed eseguire azioni rivolte a dirigere e finanziare manifestazioni che predicano un colpo di Stato militare, con lo scopo di mantenere il presidente Bolsonaro al potere”. Il piano era operativo. Ognuno doveva avere il suo ruolo: chi organizzava le proteste, chi le finanziava, chi le proteggeva, chi sobillava, chi interveniva.
Duri i commenti di Lula. “Il fatto concreto è che c’è stato un tentativo di colpo di Stato. Il cittadino che era al governo non era disposto a vincere, non era disposto a perdere, non era disposto a partire. Non credo che sarebbe successo senza di lui. Bisogna andare fino in fondo per accertare le responsabilità”. Ma ha aggiunto: “Fino a prova contraria rimane la presunzione di innocenza”. Un modo per ribadire: con me non è accaduto.
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