(di Luciano Fioramonti)
La ricerca della classicità e l’
esigenza della modernità. Era animato da questi due stimoli il
percorso di Antonio Donghi, principale esponente del Realismo
Magico che tra le due guerre accomunò artisti trovando spazio
tra il furore dell’ avanguardia futurista e i fautori del
ritorno all’ ordine. Nella produzione del pittore romano
(1897-1963) non c’ è solo il racconto di ambienti descritti
nell’ immobilità sospesa e ambigua di un mondo senza tempo. In
questa atmosfera rarefatta a spiccare sono gli occhi intensi dei
soggetti che molto spesso puntano l’ osservatore. ”Lo sguardo
li rende estremamente vivi, ci pongono domande: perchè siamo
qui, quale è il nostro posto della società?” dice Fabio Benzi,
curatore della bella mostra ”Antonio Donghi, la magia del
silenzio” che Palazzo Merulana, a Roma, ospita fino al 26
maggio. Delle 34 opere selezionate ben 16 arrivano dalla
collezione di Unicredit. Tre fanno invece parte dell’
esposizione permanente dell’ edificio che la Fondazione Cerasi
ha restituito alla città nel 2018 facendolo rinascere dall’
abbandono di decenni a spazio espositivo e polo per attività
culturali trasversali.
”Donghi era estremamente còlto, compulsava tutta la storia
figurativa italiana al punto da renderla indistinguibile. La sua
era una pittura formale aggiornata da tensioni molto moderne”
ha osservato Benzi ricordando la passione dell’ artista per il
cinema e il teatro. Tra il 1922 e il 1923 il suo modo di
dipingere cambiò radicalmente abbandonando la tradizione di
matrice ottocentesca per una visione completamente nuova. La
svolta arrivò nel 1924 da una sua mostra personale alla Galleria
del fotografo futurista Anton Giulio Bragaglia, che nella Roma
dell’ epoca documentava l’ avanguardia non solo della pittura.
L’ anno successivo un critico tedesco lo fece conoscere a
livello internazionale aprendogli la strada per mostre anche a
New York che lo resero più conosciuto negli Usa che in Italia.
Proprio nella Galleria Bragaglia, secondo Benzi, Donghi aveva
trovato nei quadri di Ubaldo Oppi la spinta al cambiamento. ”Al
glamour rarefatto di Oppi – osserva Benzi – egli preferì ua
popolarità nostrana, quasi romanesca, che spogliava la
figurazione dai preziosismi e la adattava a pollarole,
lavandaie, donne del popolo, cacciatori e teatranti dello
spettacolo”. Donghi, che il critico Roberto Longhi definì
Gentileschiano, esprimeva una ”pittura caravaggesca ma senza
ombre”. Schivo e di poche parole, era artista privo di
retorica. In mostra c’ è un Ritratto equestre del Duce del 1937
in cui, fa notare Benzi, ad attirare l’ attenzione più di
Mussolini è il cavallo.
L’ esposizione di Palazzo Merulana vuole anche essere un
tributo a Claudio Cerasi, l’imprenditore morto nel 2020 che con
la moglie Elena ha creato la Fondazione di cui lo spazio
espositivo è l’ emanazione con la sua ricca collezione di
capolavori dell’ arte italiana del Novecento, in particolare
della Scuola Romana. E proprio Donghi riveste una importanza
particolare in questa vicenda di amore per l’ arte. Cerasi venne
folgorato dal quadro ”I piccoli saltimbacchi” del 1938 visto
nel 1985 in una mostra a Palazzo Braschi a Roma. ”Voleva
comprarlo a tutti i costi – ha raccontato la figlia Alessandra –
ma veniva da una collezione di New York. Il quadro arrivò poi
nella galleria di Philippe Daverio e finalmente riuscì ad
acquistarlo. Fu la prima opera della sua collezione”. Due mesi
prima di morire, Claudio Cerasi era ricoverato in clinica e
confessò alla figlia: ”Ho visto un Donghi che mi fa impazzire.
Lo devo avere assolutamente”. Era ”Le Lavandaie”, del
1922-1923. Il marito di Alessandra, il medico che lo aveva in
cura, lo autorizzò ad uscire per quell’ ultimo acquisto che oggi
figura tra i capolavori in mostra.
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