“Sono venuta molte volte qui, da ragazza, quando farlo era essere additati, accusati, isolati. E sono tornata da adulta a celebrare finalmente quel giorno del ricordo che spazzava via una volta per tutte la congiura del silenzio che per imperdonabili decenni aveva avvolto la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo nell’oblio dell’indifferenza” aggiunge Giorgia Meloni. E prosegue: “Sono venuta diverse volte nella mia vita, qui a Basovizza, a rendere omaggio a questo sacrario e ogni volta me ne sono andata con qualcosa di più nel cuore, è un luogo del cuore che dona sempre qualcosa di prezioso, una immagine, una emozione una storia da raccontare”.
La presidente del Consiglio, al Monumento nazionale di Basovizza, ha voluto citare alcune storie di protagonisti di quel tragico evento: “Quella di monsignor Ugo Camozzo, ultimo vescovo di Fiume italiana: lasciandola per sfuggire ai controlli, alle perquisizioni della polizia titina, tagliò in tre pezzi il suo tricolore e lo nascose in tre valigie differenti con la parte verde avvolta in un calice, la parte bianca in un vangelo, la parte Rossa una Bibbia”, che ricucì una volta arrivato in Italia. “Morirà da esule a Pisa e verrà sepolto con una croce e con la bandiera di Fiume sul cuore”.
“È una storia di famiglia quella di Angelo Adam, meccanico ebreo, sulla pelle un tatuaggio: numero 59001, con cui i nazisti lo avevano marchiato dopo averlo deportato a Dachau. Da quell’inferno si era salvato e, una volta tornato a Fiume, aveva ripreso la tua attività sindacale; qualcuno aveva provato a dirgli che quello che faceva poteva dare fastidio, però lui non aveva ascoltato; il 4 dicembre del ‘45 i titini lo prelevarono con la forza, insieme a sua moglie, e di lui non si seppe più nulla. Quando la loro figlia cominciò a fare domande, sparì anche lei e i loro corpi non sono mai stati ritrovati”.
“È una storia di famiglia quella di Odda Carboni, 39 anni, impiegata prelevata e trascinata dai titini davanti alla folla, sapeva quale fosse il suo destino ma non voleva dare ai suoi aguzzini la soddisfazione di spingerla giù; e allora si gettò nella foiba da sola gridando Viva l’Italia! E tanti altri sono morti gridando il loro amore per l’Italia”.
“Siamo qui – prosegue poi Giorgia Meloni nel suo intervento – a chiedere ancora perdono a nome delle istituzioni di questa Repubblica per il colpevole silenzio che per decenni ha avvolto le vicende del nostro confine orientale e per rendere omaggio a tutti gli istriani, i giuliano-dalmati che per rimanere italiani decisero di lasciare tutto, case, beni, terreni, per restare con l’unica cosa che i comunisti titini non potevano togliere loro, e cioè l’identità”. “Uno dei padri della nostra nazione, Giuseppe Mazzini, diceva che la patria è la famiglia del cuore; allora voi che quella patria avete difeso e costruito, siete la nostra famiglia. Siete madri e padri, sorelle e fratelli, nonni, zii, cugini e i vostri ricordi sono i nostri ricordi, le vostre lacrime sono le nostre lacrime, le vostre storie sono le nostre storie”.
“Alle vittime delle foibe e agli esuli tutti, italiani due volte, per nascita e per scelta. Grazie. L’Italia onora il vostro sacrificio” incide, la presidente del Consiglio, sull’album delle presenze dopo aver visitato il centro di documentazione del Monumento nazionale di Basovizza. “Su questa Patria giura e farai giurare che sarete sempre, ovunque e prima di tutto, italiani”.
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