AGI – Fino al 7 ottobre, Kfar Aza era un’oasi di pace in Israele, una piccola comunità immersa nel verde a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza, abitata da persone tranquille. Tutto è cambiato quel sabato, quando migliaia di terroristi di Hamas sono sciamati nello Stato ebraico colpendo basi militari e kibbutz tutto intorno all’enclave palestinese. Pesantemente armati, hanno fatto irruzione saccheggiando, uccidendo, stuprando, sequestrando. Dei 950 abitanti di Kfar Aza, 63 sono stati assassinati, 19 rapiti e di questi, cinque sono ancora nelle mani dei terroristi a Gaza.
Il kibbutz oggi è cristallizzato in un tempo sospeso, con giardini in fiore e uccellini che cinguettano, tra case bruciate, detriti, fori di proiettili sui muri e sulle porte delle abitazioni sventrate. Foto delle vittime, spesso molto giovani e sorridenti, sono esposte fuori dalle case, in alcune si può entrare per vedere la devastazione che i terroristi hanno lasciato dietro di loro. Durante la visita alla comunità, una giovane soldatessa offre un resoconto preciso di quanto avvenuto 129 giorni fa.
Quando la mattina del 7 ottobre, alle 6.30, le sirene hanno cominciato a suonare, i residenti si sono subito chiusi dentro i rifugi, un’abitudine per chi viveva in questa zona, con solo 15 secondi per mettersi al riparo. L’allarme missilistico è andato avanti per 15 minuti e poi è arrivata la prima ondata di terroristi. Chiusi nelle cosiddette stanze sicure, allestite per resistere ai missili e non all’attacco di miliziani pesantemente armati, gli abitanti del kibbutz hanno provato a resistere, ma molti sono stati uccisi e altri rapiti. Alcune ore dopo c’è stata la seconda ondata, alla quale hanno partecipato anche semplici abitanti di Gaza, che hanno saccheggiato le abitazioni, portando via di tutto.
“È importante che voi vediate le cose”, racconta un abitante del kibbutz che accompagna i visitatori. “Kfar Aza come altre comunità nei dintorni pensava che dall’altra parte (della barriera) non ci fossero solo terroristi ma anche gente che non era coinvolta. Io ero tra i volontari che accompagnavano i malati palestinesi dai valichi agli ospedali israeliani, credendo nella visione di costruire un futuro migliore. I cosiddetti non coinvolti il 7 ottobre hanno rubato, ucciso, sequestrato, portato via cose e corpi. Abbiamo capito che dovevamo guardarli in maniera diversa ed è una cosa con cui dobbiamo fare i conti”.
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