È lo stesso Dahlan a rivelare gli elementi fondamentali del piano in una rara intervista con il New York Times rilasciata ad Abu Dhabi, dove vive da anni e dove ha accumulato posizioni di influenza e denaro, testimoniate, notano gli inviati del quotidiano americano, dalla Bentley parcheggiata davanti al suo ufficio. Negli Emirati è diventato il consigliere per la Palestina del presidente Mohammed bin Zayed. In tale ruolo, la settimana scorsa Dahlan ha presentato il suo piano per Gaza agli emissari di sei Paesi arabi, tra i quali l’Egitto, con il cui presidente Al Sisi mantiene stretti rapporti personali.
Un nuovo leader palestinese assumerebbe il potere a Gaza e nei Territori Autonomi governati dall’Anp in Cisgiordania., rimpiazzando Abu Mazen, che ricoprirebbe un ruolo onorifico. Nell’intervista Dahlan non dice chi potrebbe essere questo nuovo leader e indica di non avere interesse a ricoprire personalmente un incarico simile, ma secondo fonti emiratine continua ad avere aspirazioni di leadership a lungo termine. Un partito da lui controllato avrebbe potuto avere un peso chiave dopo le elezioni palestinesi annunciate e poi cancellate nel 2021. E Dahlan, affermano le stesse fonti, in questi ultimi anni ha costruito una rete di relazioni anche con Hamas, nonostante sia stato proprio il gruppo fondamentalista islamico, quando prese il potere nella Striscia nel 2007, a espellerlo da Gaza dopo violenti scontri armati, costringendolo all’esilio.
Su Hamas, nell’intervista, Dahlan lascia intendere che il gruppo jihadista, pur essendo responsabile dell’aggressione del 7 ottobre nel sud di Israele e avendo a lungo proclamato come obiettivo la distruzione dello Stato ebraico, potrebbe venire convinto a cedere il potere a Gaza, nel quadro della nascita di uno Stato palestinese.
“No Hamas, no Abu Mazen”, è la formula con cui riassume il futuro governo della Striscia e di un eventuale Stato di Palestina. Quanto a chi pagherebbe per ricostruire Gaza e per garantirne la sicurezza nell’interim, una volta conclusa la guerra con Israele, Dahlan assicura che, se ci sarà il progetto di creare uno Stato palestinese, dai Paesi arabi arriverebbe “un risoluto sì”, con Emirati, Egitto, Arabia Saudita e Qatar probabilmente in prima fila. “I più importanti Paesi arabi”, aggiunge Dahlan, “vogliono fare di tutto per risolvere il conflitto israeliano-palestinese. Il conflitto – precisa – non solo la guerra di Gaza”.
Sulla strada del piano ci sono numerosi ostacoli, dalla dichiarata intenzione del primo ministro israeliano Netanyahu di distruggere Hamas alle divisioni all’interno dello stesso movimento fondamentalista. Ma lo scenario disegnato da Dahlan sembra seguire in buona parte il piano americano per una tregua a lungo termine, la liberazione degli ostaggi e in prospettiva una soluzione al conflitto israeliano-palestinese, discusso al Cairo questa settimana dai capi di Cia e Mossad, i servizi segreti di Usa e Israele, insieme a alti funzionari di Egitto e Qatar, alla presenza – nella capitale egiziana seppure non direttamente ai colloqui – di rappresentanti di Hamas.
E una conferma indiretta che qualcosa si muove dietro le quinte viene dalle indiscrezioni riportate stamane da fonti arabe sul Jerusalem Post, secondo cui Hamas avrebbe comunicato al presidente dell’Anp Abu Mazen di essere pronta a formare a Gaza dopo la guerra un governo tecnocratico, ossia costituito da tecnici esterni all’organizzazione jihadista. Altre fonti, citate dal quotidiano saudita Asharq al Awsat, riportano che Abu Mazen ha discusso l’ipotesi di un governo di unità nazionale palestinese con l’emiro del Qatar Tamin al Thani e che Hamas potrebbe aderire all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), a patto che questa fusione sia inserita in un orizzonte politico che contempla la creazione di uno stato palestinese lungo i confini del 1967 con Gerusalemme est come capitale: in sostanza l’idea attorno a cui le due parti, israeliani e palestinesi, hanno negoziato dal 1993 in poi, seppure con varie modifiche, e che ora il presidente americano Biden rilancia insieme a una pace fra Israele e Arabia Saudita in grado di fare sbocciare un nuovo Medio Oriente. Tutti sviluppi emersi dopo una visita di tre giorni di Abu Mazen e dei suoi consiglieri a Doha, la capitale del Qatar.
A lungo ritenuto un possibile successore di Abu Mazen, il 62enne Dahlan potrebbe essere uno dei registi di questa complessa operazione, per candidarsi magari in un secondo tempo al posto di presidente del futuro stato di Palestina. Considerato il più moderato fra i candidati alla leadership, l’ex-capo dei servizi di sicurezza palestinesi a Gaza ha fama di essere gradito agli Stati Uniti e a Israele, mentre era giudicato anche per questo poco fidato, se non un traditore, da Hamas e dallo stesso Abu Mazen, con il quale ebbe una dura rottura dopo avere abbandonato Gaza. Ma le cose possono cambiare, specie in nome di una causa comune, se il premio finale fosse lo Stato palestinese. Talvolta, insegna la storia mediorientale, dalla guerra nasce la pace, come accadde nel 1979 con l’accordo fra Israele ed Egitto, sei anni dopo il conflitto dello Yom Kippur.
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