Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte. (Dostoevskij)
I cuori juventini hanno sperato che Allegri fosse un gran bugiardo, alla stregua di Ulisse di fronte a colui che subirà la più lunga e complessa delle fandonie raccontate dal re di Itaca, il pastore Eumeo. “Odioso per me come le porte dell’Ade è colui, che, alla miseria cedendo, spaccia menzogne” (Odissea, XIV, 156-157): neanche la necessità può sollevare dalla colpa il bugiardo per questo rigoroso Ulisse che si appresta a mentire per centocinquanta versi (la bugia più lunga di tutto il poema) al povero pastore, inventando peripezie a Creta, in Egitto, per terra e per mare. Quanto sarebbe stata bella e perdonata quella bugia dell’obiettivo del quarto posto! Ulisse mentì per salvarsi la vita, ma anche per il piacere di farlo. Platone consigliava ai governanti di mentire nell’interesse del popolo. Nel Medioevo si pensava che la bugia fosse un attacco alla parola di Dio, la Verità: gli attori, bugiardi di professione, venivano sepolti fuori dalle mura delle città, insieme a ladri, maghi e falsari. Poi, improvvisamente, la bugia diventò un’arte, attraverso il pensiero di Machiavelli, i manuali dei gentiluomini e l’esplosione dell’arte di stupire. Da quel momento la linea di confine che divide le menzogne di Pinocchio e le grandi illusioni si è assottigliata sempre più, e forse la realtà virtuale non è che l’ultima grande bugia. Allegri col suo accento toscano, spesso simpaticamente accostato a Pinocchio per qualche marachella dialettica, questa volta aveva detto la verità, che qualunque sia è sempre illuminante e ci aiuta ad essere coraggiosi: l’obiettivo della Juventus per questa stagione è il raggiungimento di un posto utile per partecipare alla prossima Champions League.
L’uomo bianconero, passionale e romantico, si è illuso che con la rosa attuale poteva competere per vincere il campionato. Al momento i nerazzurri sono molto oltre e i limiti della Juventus, che Allegri conosce benissimo, sono venuti fuori. Non si può parlare solo di eventi e circostanze sfavorevoli: destino e carattere sono due nomi del medesimo concetto, e con questo Hermann Hesse ci fa capire che la Juventus di oggi, in allestimento, giovane e a tratti spaesata, è ancora lontana dall’avere in campo quelle personalità d’acciaio che rendevano invincibile la squadra zebrata. I cosiddetti senatori sembrano non avere quel carisma tale da supportare con spalle larghe né il momento di transizione, fatto di residui e trucioli agnelliani e germogli e fiori giuntoliani, nè i giovani ormai entrati a forza o a ragione nel giro dei titolari. Questi ultimi, che dovrebbero portare nuova linfa, adagiatisi sulla verità allegriana del quarto posto, non stanno dando quel quid in più di sana spudoratezza, imprevedibilità e incoscienza che nel gioco del calcio non dovrebbe mai mancare, per sorprendere e battere gli avversari e far stropicciare di meraviglia gli occhi ai propri tifosi.
La verità è questa. Allegri l’ha detta sin dall’estate scorsa, da intenditore eccelso di uomini e calciatori quale è lui. Per i tifosi quella verità invece si è rivelata pian piano ma all’improvviso come un fulmine a ciel sereno, prima con un inspiegabile e squallido pareggio contro l’Empoli, poi con la bruciante e critica sconfitta a San Siro; a seguire una “caporetto” contro l’Udinese che all’Allianz ha fatto men che il minimo per vincere la partita riuscendoci contro una Juventus che Juventus non era ed infine una partita, quella coi gialloblù scaligeri, negativamente rocambolesca che ha evidenziato ancor di più che nessun tricolore vi è all’orizzonte dei bianconeri. Queste gare hanno avuto in comune un atteggiamento arrendevole e buio della Juventus. Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno. Devo contraddire – solo per questa volta – l’amatissimo Mark Twain: la Juventus lo sta manifestando ampiamente a tutti, forse sarebbe il caso di far ricomparire la luce, abbagliante, quella d’una volta, bianconera, vincente e vera.
Roberto De Frede
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