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Ad aggravare la situazione le notizie che giungono da Israele ci fanno temere settimane ancora più buie. Tutti qui parlano di quello che ha detto Benny Gantz, il ministro del gabinetto di guerra, ovvero che gli israeliani attaccheranno Rafah se Hamas non libererà gli ostaggi entro l’inizio del Ramadan, che quest’anno sarà a partire dal 10 marzo. È uno scenario sconvolgente non solo per i palestinesi credenti di Rafah, ma per tutta la comunità musulmana palestinese, in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, nelle città arabo-israeliane. Il mese sacro è il momento dell’unità, con la propria famiglia, la propria comunità, il momento del digiuno e della cena condivisa, una esperienza di pace che difficilmente potrà essere vissuta nelle prossime settimane. Non abbiamo molte speranze che la comunità internazionale riesca a fermare l’operazione militare prima del Ramadan. La guerra ha già spezzato il rito della preghiera, pregare in moschea a Rafah oggi è pericoloso.
Dall’inizio dell’invasione Israele ha preso di mira molti luoghi di culto musulmani, così come le persone che li frequentavano. Il motivo è che vengono considerati covi di militanti ed estremisti. Chi viveva intorno alle moschee ha lasciato le proprie case perché a rischio. La maggior parte delle moschee ora sono chiuse o vuote o distrutte. Molti percorrono chilometri per trovare una moschea sicura in cui pregare. Nel quartiere al Salam di Rafah ne è rimasta soltanto una ancora frequentata perché si pensa che non appartenga a nessuna fazione politica e che quindi non verrà colpita. Le persone ci vanno soprattutto alla mattina presto. La maggioranza dei credenti di Gaza però prega a casa o si riunisce davanti alle tende se non piove. La mancanza di un rito importante come questo aumenta la frustrazione.
Ora è arrivata anche la minaccia che Israele limiterà gli accesi alla Spianata delle Moschee durante il mese sacro, una decisione che è stata accolta come «una violazione della libertà di culto» da parte di Hamas che ha invitato i palestinesi a “mobilitarsi». Ho parlato con diversi amici a Gerusalemme e in Cisgiordania e sono tutti molto arrabbiati, la considerano “una guerra di religione” da parte di un governo composto per metà da estremisti.
Nel frattempo Israele continua a inviare messaggi agli abitanti di Gaza chiedendo loro di dare informazioni su ostaggi e carcerieri in cambio di denaro. Uno dei messaggi dice: «Sei interessato a un futuro migliore per la tua famiglia?», accompagnato da numeri a cui chiamare con la garanzia che le informazioni e le identità delle persone che le forniscono verranno protette. Ma non credo che in questo clima qualcuno sia disposto a collaborare con Israele.