Manuel Borjia-Villel è tornato al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, che ha diretto per 15 anni, per curare la più ambiziosa retrospettiva dedicata all’artista nell’anno del centenario: ‘Antoni Tapies. La pratica dell’ arte’, che da domani 21 febbraio al 24 giugno propone 220 opere di collezioni private e musei rimaste a lungo disperse, in una nuova prospettiva che mette in luce aspetti sottovalutati o del tutto sconosciuti della produzione artistica del pittore barcellonese. Artista “prolifico, poliedrico e polifonico”, come lo ha definito la direttrice della Fondazione Tapies, Imma Prieto, che ha collaborato all’allestimento. E la cui opera “ci interpella in maniera diretta nella tensione fra la vita e la morte intorno alla quale si strutturano gli altri temi, l’amore, la politica, la malattia.” L’esposizione attraversa l’intera traiettoria di Tapies, a partire dagli inizi segnati dall’eredità delle avanguardie storiche e il suo collegamento al gruppo artistico Dau al Set. I primi anni del decennio del 1950 che evidenziano il passo verso la lunga sperimentazione con la materia in uno stile molto riconoscibile, con profusione di segni geometrici, linee, numeri o simboli come la croce greca, che farà dispiegare la carriera dell’artista a livello internazionale. Tapies gioca con l’idea del quadro come muro e lotta con la superficie fino a che questa diventi altro, con graffi, crepe e graffiti. Poi gli anni ’60 e ’70 quando comincia una serie di “tentativi oggettuali”, mentre cresce l’impegno politico contro l’agonizzante dittatura franchista L’artista ha 27 anni nel 1976, quando è chiamato a rappresentare la Spagna alla Biennale d’arte di Venezia dedicata all’esilio e all’opposizione alla dittatura, Ne ha 35 quando il Moma di New York gli dedica una individuale. “A Venezia Enrico Crisolti, che curò la Biennale con la mostra ‘L’ambiente come sociale’ si collegava al pensiero di Tapies, che lo ammirava e con le sue opere puntava a rendere i fruitori della sua arte partecipi dell’ambiente che lo circonda”, rileva Borjia-Villel, che è stato il primo direttore della Fondazione Tapies, creata dall’artista barcellonese. L’arrivo della democrazia in Spagna e della nuova realtà culturale coincide con nuove ricerche sulla materia, l’incorporazione della vernice e un interesse crescente nella spiritualità orientale. “Il suo lavoro diventa allora più depurato, raggiungendo quote di lirismo”, spiega ancora all’ANSA il curatore della mostra.
“Quando ricevette il Leone d’oro alla carriera alla Biennale d’arte di Venezia nel 1993, mentre era in corso la guerra di Jugoslavia, Tapies rimase scosso dal fatto che a pochi km dalle celebrazioni si stavano uccidendo. E da qui comincia una riflessione sul ruolo dell’artista, con la produzione di una serie di opere che sono tragiche, che riflettono questo dolore, la tragedia, come ‘Dukka’, che comporta molteplici significati, la delusione, la sofferenza, il vuoto, lo specchio del momento vitale dell’artista”, aggiunge Borja-Villel. E un sentimento di nostalgia invade l’opera di Tapies nei due ultimi decenni di vita quando, cosciente della sua età avanzata, il tema della morte e la malattia arriva a dominare il tutto. Il percorso espositivo aiuta a rimuovere anche una serie di luoghi comuni sull’artista, associato all’astrazione soprattutto nel dopoguerra, mentre “Tapies si considerava un pittore realista e spiritualista. Ed era tremendamente prolifico nel suo lavoro che somiglia a un compendio in permanente costruzione”, conclude Manuel Borja Villel.
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