Fondata nel 1990, l’Associazione coordina nove centri in tutta Israele, che ricevono un totale di 50mila chiamate all’anno. Lungo 39 pagine, il rapporto è la prima ricerca ufficiale e sistematica – sia pure per sua stessa ammissione parziale – sui crimini sessuali perpetrati il 7 ottobre. “Sette anni dopo la nascita del movimento #MeToo, un quarto di Secolo dopo che la questione della violenza sessuale come arma di guerra è entrata nel dibattito pubblico in seguito al conflitto in Kosovo, dopo decenni di lotta femminista per rompere il muro di omertà che circonda la violenza sessuale, il mondo si ritrova di nuovo in silenzio,” le parole di Orit Sulitzeanu, capo dell’associazione, che ha accusato leader e comunità internazionale di non prestare abbastanza attenzione a quanto accaduto.
“Il rapporto che è stato presentato agli alti funzionari delle Nazioni Unite, non lascia spazio a smentite o disattenzioni. L’organizzazione terroristica Hamas ha scelto di colpire strategicamente Israele in due modi chiari: rapendo i suoi cittadini e commettendo crimini sessuali pieni di sadismo.”
Gli autori del documento lo descrivono come il risultato di un esame di tutte le informazioni di dominio pubblico e anche secretate accessibili allo stato dell’arte, testimonianze e colloqui con vittime e testimoni – in molti casi non divulgabili nei dettagli per proteggere la privacy e la salute mentale delle vittime.
Ciò che emerge è comunque un quadro inquietante. Le violenze sessuali e di genere sono state parte integrante dell’attacco di Hamas in modo sistematico nei vari obiettivi colpiti: kibbutzim e villaggi, basi militari e, appunto, il festival musicale.
Nel Kibbutz Be’eri, che ha perso novanta dei suoi residenti, sono state raccolte diverse testimonianze sulla presenza di corpi di donne e ragazze violentate, per lo più nelle loro camere da letto, rinvenute parzialmente vestite. In molti casi, secondo i soldati e i volontari che hanno lavorato nel kibbutz, le violenze sono avvenute alla presenza di altri familiari.
La tenente Tamar Bar Shimon, sopravvissuta all’invasione della base del valico di Erez, ha raccontato di come un terrorista l’ha minacciata con un’arma chiedendole di togliersi l’uniforme. La giovane ha riferito che l’uomo è stato interrotto da un compagno, permettendole di salvarsi.
Secondo il rapporto sono stati in ogni caso almeno dieci i corpi di soldatesse uccise con segni di violenze sessuali. In due casi, alle ragazze è stato sparato ai genitali.
Quello della tortura e della mutilazione dei corpi, già cadaveri oppure ancora in vita, è stato un fenomeno diffuso in quello che in Israele è ormai noto come “il sabato nero.”
Sapir ha raccontato che ha una delle ragazze di cui ha assistito allo stupro sono stati tagliati i seni e poi i terroristi hanno infierito con il coltello anche sul volto.
Nachman Dyksztejna, un volontario, ha raccontato di aver trovato i corpi di due donne legati con mani e piedi ad un letto, una di loro con segni di abusi sessuali incluso un coltello nei genitali. Coltelli, chiodi e oggetti simili sono stati ritrovati nei genitali di diverse vittime.
“Dalle prove e dalle informazioni raccolte sembra che abusi sessuali siano stati commessi anche nei confronti degli uomini,” si legge nel rapporto. Il documento descrive però le testimonianze come al momento sporadiche e perlopiù legate alla mutilazione dei cadaveri (a diversi dei quali sono stati tagliati via gli organi maschili), sebbene si ricordi come personale medico israeliano abbia parlato di abusi sessuali nei confronti di individui di sesso maschile tornati da Gaza dove si trovavano in ostaggio.
Quello degli abusi subiti dagli ostaggi e in particolare dalle donne è un altro capitolo a cui si sono dedicati i ricercatori, riportando le testimonianze di diverse prigioniere liberate che hanno assistito o sentito di violenze nei confronti delle compagne di prigionia.
“Le informazioni e le testimonianze che forniamo chiariscono oltre ogni dubbio ciò che è accaduto, ma c’è ancora molto da scoprire,” ha commentato Sulitzeanu. “Dato che le aggressioni sessuali tipicamente vengono divulgate solo tempo dopo, soprattutto nel caso di violenze in guerra, il quadro presentato nel rapporto è ancora preliminare. Solo nei mesi e negli anni a venire e a seconda delle scelte dei sopravvissuti, potremo essere in grado di portare alla luce una storia più completa delle aggressioni sessuali del 7 ottobre”.
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