Ottantacinque obiettivi in sette località colpiti, in Siria e Iraq, con almeno 125 bombe di precisione. Un’operazione durata 30 minuti contro basi gestite da forze iraniane e filo-iraniane, condotta da due grandi bombardieri decollati dal Texas e arrivati fino in Medio Oriente con il carico della rappresaglia degli Stati Uniti. E con la promessa che non sarà un atto isolato, ma l’inizio di una missione aperta, con altri colpi a venire.
La risposta dell’amministrazione di Joe Biden al crescendo di attacchi contro soldati e interessi americani da parte di milizie e gruppi terroristici sostenuti da Teheran nella regione infiammata dalla guerra a Gaza è fatta di queste cifre e dettagli. O meglio del loro significato. La Casa Bianca ha voluto dimostrare forza e determinazione, dispiegare potenza e sofisticazione dell’apparato militare che ha a disposizione ed è pronta a utilizzare (il ricorso ai bombardieri B-1B arrivati da Dyess Air Force Base con un volo di diecimila chilometri). Ma allo stesso tempo ha cercato di evitare escalation incontrollate, che allarghino il conflitto e portino ad un coinvolgimento totale in guerra di Washington e Teheran con scontri militari diretti. (Anche qui l’uso dei B-1B ha sia mantenuto disponibili le forze sul posto per eventuali ulteriori interventi che evitato decolli da basi in paesi locali preoccupati di nuove spirali di crisi).
I rischi di nuove impennate di conflagrazioni, sottolineano gli analisti, sono in aumento al passo di attività belliche che hanno ora conosciuto una drammatica intensificazione da parte americana. Biden, sottolineano analisti e esperti statunitensi, non aveva però alternativa ad una replica aggressiva: la recente uccisione di tre soldati americani, in una base in Giordania al confine con la Siria, ad opera di droni di gruppi armati e sostenuti dall’Iran richiedeva rappresaglie e di ristabilire un deterrente contro ulteriori assalti. La pressione domestica era inoltre enorme, da parte dell’opposizione repubblicana e non solo.
Aver però scelto per ora di evitare affondi in territorio iraniano è tuttavia indicativo della speranza e della valutazione strategica che una guerra più ampia sia evitabile e che l’Iran non la cerchi. Biden aveva inoltre telegrafato l’imminente azione annunciando pubblicamente nei giorni scorsi di aver deciso la sua risposta. Un monito che ha probabilmente consentito ad alti ufficiali ed esponenti iraniani nei pressi di possibili obiettivi di non esporsi. Contro politici e militari a Teheran, l’amministrazione ha fatto piuttosto scattare sempre ieri un nuovo round di sanzioni.
Questo sforzo di una risposta “proporzionata” alla posta in gioco si può leggere tra le righe delle dichiarazioni di Biden sull’azione fatta scattare. «Domenica scorsa tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania da un drone lanciato da gruppi militanti sostenuti dalle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dall’Iran. La nostra risposta è cominciata oggi. Proseguirà nei tempi e luoghi che sceglieremo». Il Presidente ha aggiunto che “gli Stati Uniti non vogliono un conflitto in Medio Oriente né ovunque nel mondo. Ma chi volesse attaccarci sappia questo: se colpite un americano, risponderemo». Il portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale Jack Kirby ha confermato che «non stiamo cercando una guerra con l’Iran».
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