L’appello a Putin “restituiscimi il corpo di mio figlio” è straziante. E’ senza odio, solo dolore. E’ il cuore spezzato di una umile madre che reclama davanti al potere illimitato la restituzione di suo figlio morto. È la risonanza di un dolore che non conosce confini, quello di una madre di fronte all’assurdità di una perdita troppo grande per essere compresa. E’ una scena archetipica che ci accompagna da quando siamo per la prima volta in una chiesa o in un museo o quando l’abbiamo vista sui libri di scuola. Il volto della madre di Navalny è il volto di tutte le madri che hanno perso un figlio. Quel figlio che non le hanno ancora restituito. Così come i grandi artisti del nostro Rinascimento hanno saputo rappresentarlo. Il dolore di una madre che perde il figlio è universale e atemporalmente potente.
Questo è il motivo per cui la figura della Mater Dolorosa, la madre sofferente, ha avuto così grande fortuna nella letteratura e nelle arti figurative. Dalla lauda “Donna de Paradiso” di Jacopone da Todi allo Stabat Mater : “Stava la madre addolorata / piangente ai piedi della croce / su cui era appeso il figlio”. Un’immagine che ha attraversato i secoli, dalla lauda medievale all’arte rinascimentale. Nelle arti figurative, l’immagine del dolore di Maria è trattata in tantissimi quadri corrispondenti ai momenti topici della Passione, da Giotto nel Compianto sul Cristo Morto, alla Pietà di Annibale Carracci, alla deposizione del Caravaggio, alla Crocefissione di Masaccio, fino ai più sconosciuti pittori delle chiese di campagna. E poi, come non menzionare il più celebre dei manufatti sul tema della Pietà, in cui la Mater dolorosa tiene sulle ginocchia il corpo senza vita di Gesù: la Pietà scolpita da Michelangelo tra il 1497 e il 1499.
Ma per completare il tema della pietà la “mater” Lyudmila dovrà riavere tra le braccia il corpo senza vita del figlio Aleksei Navalny. Il suo corpo è ancora trattenuto nella prigione dove è morto per svolgere, secondo le autorità, gli esami tossicologici e verificare la causa di morte. Anche se in tutto il mondo libero si attribuisce a Putin e al suo regime la responsabilità della morte del dissidente russo. Ieri, in un video pubblicato su X, la moglie di Navalny Yulia ha sostenuto che le autorità russe starebbero nascondendo il corpo in attesa che le tracce degli agenti nervini utilizzati per uccidere il dissidente scompaiano del tutto.
Mentre il mondo osserva, il caso di Navalny si trasforma da una questione politica a un simbolo universale della lotta tra la dignità umana e la brutalità del potere. La decisione di trattenere il corpo di Aleksei diventa un atto finale di violenza, un tentativo di cancellare non solo l’uomo ma anche il dolore e la memoria di coloro che lo hanno amato. Chissà se Putin, sempre molto attento alla propaganda, abbia considerato l’impatto sull’opinione pubblica mondiale della figura della madre di Navalny mentre, davanti al gulag dove ha trovato la morte suo figlio, ne reclama il corpo.
Il suo appello a Putin non è solo per il ritorno del corpo di suo figlio ma per il riconoscimento della sua umanità e di quella di tutte le vittime dell’oppressione. La sua lotta è un richiamo alla coscienza del mondo, un promemoria che, di fronte al dolore universale di una madre, nessun potere può restare indifferente. Il dolore materno è il leitmotiv che attraversa i secoli. E’ un sentimento universale che tutti possiamo comprendere e che ci tocca nel profondo. Un’arma che potrebbe essere più potente dei cannoni russi che quotidianamente bombardano l’Ucraina.
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