Per trent’anni è stato un fantasma.
Ben nascosto, a volte in mezzo alla gente, molto spesso alla
luce del giorno. La storia dell’ultimo boss di Cosa Nostra,
Matteo Messina Denaro, viene ripercorsa nel libro del
giornalista Luca Ponzi, responsabile della redazione Rai della
Liguria, dal titolo: L’ultimo padrino. Vita, morte e crimini di
Matteo Messina Denaro’ (edito da Rubbettino, 155 pagine. 15
euro).
Ponzi raccoglie la vita di U Siccu, uno dei soprannomi con
cui era conosciuto Messina Denaro, il capo dei capi, che
comunicava dalla sua latitanza anche con i pizzini, tanto cari a
Totò Riina e Bernardo Provenzano, ma che immaginava Cosa Nostra
come una moderna multinazionale del crimine.
L’autore racconta, documenti alla mano, passo per passo la
scalata di Messina Denaro ai vertici dell’organizzazione
criminale, costellata di omicidi – così tanti da fargli dire che
“con tutte le persone che ho ammazzato si potrebbe riempire un
cimitero” – spaccio di droga e traffici di ogni tipo. Si parla
degli ambienti che ancora oggi sono nascosti sotto una cortina
di mistero e del periodo stragista della mafia, quando le bombe
sono tornate a esplodere e terrorizzare il nostro Paese a Roma,
Milano e Firenze. Ci sono gli omicidi di Borsellino e Falcone.
Nel suo mirino c’era anche Maurizio Costanzo e tra i suoi
crimini più efferati, ricorda Ponzi, quello di aver fatto
sciogliere nell’acido un bambino, dopo averlo sequestrato per
oltre due anni.
Messina Denaro, così uguale nella crudeltà agli altri boss di
Cosa Nostra, ma così amante, a differenza di Riina, ad esempio,
della bella vita. Ponzi racconta anche questo lato umano del
capomafia, dai pessimi rapporti con la figlia alla malattia, che
lo ha portato a sottoporsi alla chemioterapia nella clinica di
Palermo dove è stato catturato. Poi la sua morte, che pone una
pietra tombale sui tanti segreti di cui Messina Denaro era a
conoscenza. Quei legami particolari e quelle protezioni che
hanno fatto sì che potesse essere un fantasma per tre decenni.
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