‘Green border’, quella sottile linea verde dove i rifugiati diventano carne da cannone
Nessuna eccezione. Persino familiari e avvocati ne chiedono invano notizie. Al telefono con Repubblica dalla Polonia dov’è esiliata, Inna Kavaloniak, a capo della piattaforma di sostegno ai detenuti politici bielorussi Politzek.me, lancia l’allarme: «Per quanto tempo staremo a guardare? Dobbiamo agire. Non sappiamo neppure se siano vivi».
Dopo le presidenziali del 2020, come migliaia di bielorussi, anche lei aveva manifestato contro Aleksandr Lukashenko che aveva strappato la vittoria a Tikhanovskaja e, come oltre 35mila dimostranti, anche lei era stata arrestata. Se Kavaloniak e altri sono stati rilasciati dopo pochi giorni o settimane, migliaia sono stati condannati a scontare lunghe condanne. Una repressione che non ha fatto che aumentare in vista delle parlamentari di oggi — «false elezioni» le chiama Tikhanovskaja — e delle presidenziali 2025. A oggi sono almeno 1.570 i detenuti politici bielorussi. Costretti a indossare una toppa gialla sulle divise carcerarie in modo da essere facilmente riconoscibili dalle guardie che li torturano e umiliano regolarmente. Tra loro c’è anche il Premio Nobel per la Pace Ales Bialiatski, il fondatore di Viasna, la più antica organizzazione bielorussa per i diritti umani, condannato a 10 anni di carcere. «Dal 2020 questo numero non ha mai smesso di crescere. Almeno 1.200 prigionieri politici hanno completato la loro pena e sono stati rilasciati nel frattempo. Eppure questo numero aumenta. Circa 10-15 persone vengono arrestate ogni giorno».
I pretesti sono diversi. Si viene arrestati per aver partecipato ai cortei del 2020, dopo essere stati identificati a distanza di anni nelle foto passate al setaccio. O per proteste contro l’offensiva russa contro Kiev sostenuta da Lukashenko. «Basta un commento sui social o un like all’articolo di un media indipendente dichiarato “estremista”», spiega Kavaloniak. «Il livello di repressione è tale che non restano più molte forme di protesta. Ma se la società fosse davvero compatta come sostiene Lukashenko, non ci sarebbe neppure bisogno della repressione». Le somiglianze con la Russia finiscono qui.
Per Kavaloniak, la Bielorussia è anche peggio. «Ho pudore a dirlo. Ma la madre di Aleksej Navalny era riuscita a incontrare il figlio quattro giorni prima della morte. Navalny continuava a comunicare con il mondo esterno tramite i suoi avvocati. Tutto ciò è impensabile in Bielorussia». I detenuti politici, spiega, non possono incontrare familiari né avvocati. Non possono scrivere né ricevere lettere. Non possono ricevere pacchi di vestito e cibo dei familiari. Non vengono curati. Lavorano sei giorni su sette in condizioni durissime senza riscuotere alcun salario. «In queste condizioni anche la persona più sana si ammala. E talvolta muore», commenta Kavaloniak. Almeno cinque prigionieri non sono sopravvissuti alla prigionia. L’ultimo il 20 febbraio: il giornalista socialdemocratico Ihar Lednik, 64 anni, condannato a tre anni per un articolo sgradito.
Ora si teme per i sei prigionieri in stato “incommunicado”. «È una tortura psicologica. Il regime fa credere loro che il mondo esterno li abbia dimenticati», aggiunge Kavaloniak. Anche Tikhanovskaja, la leader bielorussa democratica in esilio, invita ad agire: «I dittatori stanno mettendo alla prova i loro limiti: fino a che punto possono arrivare senza pagare conseguenze. La vita di Babariko, Kolesnikova, di mio marito Sergej e di migliaia di altri prigionieri politici dipende dalla reazione occidentale all’omicidio di Navalny e Lednik. Se si limiterà alle “profonde condoglianze”, allora dovremmo prepararci a notizie più terribili. I miei figli non vedono il loro padre da quattro anni. Non ho notizie di mio marito da un anno. Il regime non vuole soltanto annientare gli oppositori politici, ma anche noi. Dobbiamo fare tutto il possibile per liberare i prigionieri politici. Molti sono in condizioni terribilmente critiche e potrebbero morire».
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