Le elezioni non daranno un’indicazione chiara di che cosa pensano gli elettori israeliani e di dove sta andando il Paese, dice Sergio Della Pergola, professore e saggista italiano naturalizzato israeliano, perché le regole elettorali incoraggiano molto il mimetismo politico delle liste: si presentano con simboli differenti rispetto ai loro stessi partiti, fanno alleanze a seconda delle convenienze, fanno campagna su problemi locali e finiscono per diventare «degli stranissimi intrugli trasversali». La conseguenza diretta di queste regole è che gli elettori in molti casi non capiscono fino in fondo chi stanno votando, ma votano sulla base delle proposte specifiche dei candidati. E questo vuol dire che il giorno dopo alle elezioni sarà difficile per i partiti nazionali intestarsi una vittoria politica.
A Tel Aviv i due sfidanti in testa alla gara hanno lo stesso colore politico, e la sfida non è sulla differenza di partito ma generazionale: da una parte c’è Ron Huldai, sindaco eterno della città che corre per il sesto mandato e dall’altra c’è Orna Barbivai, figlia di un immigrato iracheno e di un’immigrata romena, prima generale a due stelle donna. Uno dei temi più discussi della campagna, a Tel Aviv, è il traffico.
Per capire la direzione politica del Paese, dice Della Pergola, più che le elezioni locali di domani bisogna sorvegliare il sondaggio che un cartello di giornali e notiziari commissiona ogni settimana: al momento il Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, è dimezzato rispetto a prima dell’attacco del 7 ottobre, perché molti imputano a lui il fallimento della sicurezza. In ascesa robustissima c’è Benny Gantz, che se si andasse a votare oggi prenderebbe più del doppio dei voti di Netanyahu – e quindi più del doppio dei seggi alla Knesset perché in Israele c’è un sistema proporzionale.
Gantz, dice Della Pergola, piace agli elettori del Likud che non vogliono finire troppo a destra e quindi va a pescare molti voti nel serbatoio di Netanyahu. E però c’è un rischio, perché potrebbe diventare un grande partito-parcheggio, nel quale convergono tre, quattro grandi anime in attesa di staccarsi e andare da sole per vie diverse. Se succedesse durante le elezioni alla fine, avverte il professore, ci potrebbe essere un paradosso: il partito con più voti sarebbe di nuovo quello di Netanyahu e quindi per il sistema proporzionale sarebbe lui incaricato di formare il nuovo governo israeliano.
Tra le zone dove il Likud del primo ministro potrebbe perdere molti voti, secondo i sondaggi, ci sono quelle degli sfollati, centocinquantamila israeliani che non sono tornati alle loro case perché ancora esposti al rischio guerra come a Sderot, che affaccia sulla Striscia di Gaza, e a Kyriat Shmona, al confine con il Libano. Il voto degli sfollati vale per la circoscrizione dove sono residenti di solito e non per quella dove sono finiti dopo il 7 ottobre, anche se le loro città sono evacuate e deserte. A queste elezioni però, come si è detto, la loro frustrazione contro il Likud sarà mascherata dal meccanismo delle liste.
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