Secondo gli esperti, l’Alzheimer inizia a fare sentire la sua presenza molto tempo prima che i sintomi diventino evidenti. Attraverso un’attenta osservazione di migliaia di persone nel corso di 20 anni, gli scienziati hanno individuato una sequenza precisa di eventi biologici che precedono l’insorgenza della malattia.
Dall’analisi è emerso che il segnale più precoce dell’Alzheimer è un accumulo della proteina beta-amiloide nel liquido cerebrospinale, evidente già tra i 18 e i 14 anni prima della diagnosi, seguito da una progressiva alterazione della proteina tau fosfolidata, evidente già 11 anni prima della diagnosi. A questi segnali seguono la comparsa di un danno neuronale, causato dalla presenza di una proteina, la catena leggera del neurofilamento, nel liquido cerebrospinale, evidente già 9 anni prima della diagnosi, e un’atrofia dell’ippocampo, una parte del cervello coinvolta nella cognizione, rilevata dalle risonanze magnetiche già 8 anni prima della diagnosi. Infine, a 6 anni dalla diagnosi, nei pazienti affetti da Alzheimer è emerso un evidente declino cognitivo dai test per la demenza.
Altro dato interessante emerso dallo studio è che i pazienti affetti da Alzheimer avevano una maggiore probabilità (il 37,2% contro il 20,4% del gruppo di controllo) di essere portatori della variante e4 del gene apoe4, coinvolta nel metabolismo e nel trasporto di molecole di grassi come il colesterolo. Questo conferma l’associazione già emersa tra la presenza di questa variante genetica nei pazienti e un maggior rischio di sviluppare la malattia. Comprendere il ruolo della genetica nella progressione della malattia è fondamentale per lo sviluppo di strategie preventive e terapie mirate.
Questo studio apre nuove prospettive nella comprensione e nel trattamento dell’Alzheimer. La capacità di rilevare i segni precoci della malattia potrebbe consentire interventi terapeutici più efficaci e migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Sebbene si stiano studiando moltissimi farmaci, oggi ancora non esiste una cura sicura ed efficace in grado di fermare o far regredire la malattia. Secondo il parere di molti scienziati i risultati di questo studio, insieme a quelli di altri lavori, potrebbero spiegare perchè questi hanno effetti blandi o nulli sulla malattia. Il motivo potrebbe essere dovuto al fatto che vengono somministrati in ritardo, cioè in una fase in cui la malattia ha già danneggiato il cervello, e questo renderebbe impossibile una sua regressione.
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