Dietro tutto questo, come spiega MilanoFinanza, rimane una parte sostanziosa della finanza globale che si riversa nella produzione e nel commercio di armamenti. Parliamo di quasi mille miliardi di dollari tra il 2020 e il 2022. Di questi, circa la metà proviene dagli Stati Uniti, mentre 79 miliardi sono frutto degli investimenti dei primi 10 investitori europei. E non è tutto. I 15 maggiori istituti europei investono in gruppi della difesa per una cifra che supera gli 87 miliardi di euro.
Le banche e il settore finanziario in generale non sono spettatori passivi in questo scenario. Tra il 2020 e il 2022, le istituzioni finanziarie, che includono le principali banche, le grandi compagnie assicurative, i fondi di investimento, i fondi sovrani e i fondi pensione, hanno sostenuto l’industria della difesa con almeno un trilione di dollari. Si tratta di una cifra probabilmente sottostimata, secondo Banca Etica, dato che non esiste un database ufficiale che raccolga tutti gli investimenti, i prestiti e i servizi di tutte le istituzioni bancarie e finanziarie del mondo nel settore degli armamenti.
Banca Etica tramite la Fondazione Finanza Etica ha commissionato con Global Alliance for Banking on Values il rapporto “Finanza di pace. Finanza di guerra”, realizzato dalla società berlinese Merian Research e presentato durante il 16° incontro annuale di Gabv, il primo in Italia, in questi giorni fra Padova e a Milano.
Ma chi sono i maggiori finanziatori dell’industria della difesa? Vanguard (92 miliardi), State Street (68 miliardi), BlackRock (67 miliardi), Capital Group (55 miliardi), Bank of America (45 miliardi), JPMorgan Chase (33 miliardi), Citigroup (28 miliardi), Wellington Management (27 miliardi), Wells Fargo (25 miliardi) e Morgan Stanley (24 miliardi).
Qui sotto, invece, si può vedere la tabella – i valori sono espressi in miliardi di dollari americani – con i dieci finanziatori europei più attivi. Al primo posto spicca Bnp Paribas. Si può notare come non ci siano Gruppi italiani.
Norges Bank (Norvegia), AXa (Francia), la canadese Caisse de dépôt et placement du Québec, Development Bank of Japan,
Standard Life Aberdeen (Regno Unito) le francesi Oddo BHF e ISALT, le inglesi Majedie Asset Management e Hengistbury Investment Partners, la cinese CSC Financial sono invece quelle che hanno deciso di disinvestire.
Cosa accadrebbe, però, se i fondi destinati all’industria bellica venissero invece diretti verso la sanità? L’International Peace Bureau ha condotto un’analisi che traduce il costo di specifici armamenti in beni e servizi sanitari. Il risultato è sorprendente: una fregata multiruolo europea vale lo stipendio di oltre 10mila medici all’anno, un aereo da caccia F-35 equivale a più di 3mila posti letto in terapia intensiva e un sottomarino nucleare di classe Virginia costa quanto quasi 10mila ambulanze.
Ma il contraltare, perché nell’analisi economica e finanziaria non esiste la divisione bianco o nero (non è applicabile), ci sono le cifre del Pil dei vari Stati legati ai settori come ricerca, meccanica, elettronica, aerospazio che poi finiscono anche per i mezzi operativi negli scenari bellici – ma anche nelle missioni di pace – e dei lavoratori impegnati nei diversi settori.
In ogni caso un rapporto, quello presentato a Milano e Padova, destinato a far discutere gli analisti.
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