Non c’è solo il caso dell’eredità Agnelli a scuotere il mondo economico italiano, quello del capitale in mano a grandi famiglie. Ci sono i casi Berlusconi e Del Vecchio. E la guerra infinita dei Caprotti. Ma cosa si cela dietro queste eredità? E come influenzano l’equilibrio del grande capitalismo italiano? Sono storie degne di serie come Succession. Andiamo a vedere bene.
Il testamento dell’Avvocato
La storia dell’eredità Agnelli ha inizio con la morte di Gianni Agnelli nel 2003. E se inizialmente la figlia Margherita si accontenta di un miliardo e 300 milioni, rinunciando a tutto il resto dell’impero – compresa una Fiat sull’orlo del fallimento -, dieci anni dopo la secondogenita dell’Avvocato è partita all’attacco sostenendo di essere stata tenuta all’oscuro del reale valore del patrimonio.
Oggi, come ben leggiamo dalle cronache, al centro della questione c’è la presunta residenza fittizia in Svizzera di Marella Agnelli, moglie dell’Avvocato e nonna degli Elkann. Se la residenza italiana fosse accertata, si rischia di rimettere in discussione la sua eredità “svizzera” – ossia il suo testamento che salta la figlia e lascia tutto ai nipoti John, Lapo e Ginevra -, attualmente nelle mani degli Elkann, ma anche le donazioni dei vari anni.
Un colpo che potrebbe avere ripercussioni sulla redistribuzione del potere finanziario. Perché al di là della supposta evasione fiscale, dei conti e delle società all’estero, in ballo c’è il controllo della Dicembre, la “cassaforte” di Famiglia da cui deriva il controllo della Giovanni Agnelli BV e della holding Exor: un impero da 35 miliardi di euro. Che Margherita vorrebbe fosse condiviso anche dai figli avuti nel secondo matrimonio da Margherita Agnelli con Serge de Palhen, Maria, Pietro, Anne, Sofia e Tatiana.
Berlusconi: tutto più chiaro (o quasi)
Più lineare sembra essere la situazione della famiglia Berlusconi. L’ex Cavaliere, infatti, ha lasciato disposizioni chiare per la divisione del suo patrimonio tra i cinque figli. Il grosso dell’eredità da 7 miliardi di euro comprende Fininvest, Mondadori e il 30% di Banca Mediolanum, oltre a un patrimonio immobiliare di grande valore. Una divisione che, almeno per il momento, sembra aver evitato contenziosi. E vorremmo ben vedere: come ha certificato Forbes, Luigi il figlio più giovane, grazie al lascito, diventa miliardario a trent’anni.
Ancora da discutere le questioni immobiliari, con le vendite delle varie residenze, a parte Arcore e l’altra villa, andata a Marta Fascina, l’inconsolabile vedova. Alla quale, ed è qui che si inceppa il piano del Cavaliere, sarebbe spettata l’eredità “politica” – che per esempio a Piersilvio non importa assolutamente – di Forza Italia. Ma gli ex colonnelli non ne sembrano tanto convinti, soprattutto considerando che la vedova, che è pure parlamentare, non si fa mai vedere.
La holding dei Del Vecchio: chi comanda?
Ed eccoci all’eredità Del Vecchio: ruota attorno al riassetto della Delfin, la holding azionista di EssilorLuxottica. A differenza delle altre famiglie, qui si prevede uno schema di divisione diverso da quello ipotizzato dallo storico patron. Gli eredi, infatti, avrebbero la possibilità di liquidare, anche parzialmente, la propria quota. Un cambiamento che potrebbe influenzare notevolmente il futuro della holding. Si parla di un gruzzolo, mal contato, di una trentina di miliardi.
Esselunga, nel nome del padre
Capitolo a parte è la lunga guerra fra i fratelli Caprotti, non tanto per l’eredità dell’impero Esselunga – valore fra 7 e 8 miliardi di euro -, quanto per l’amore paterno. Se il capitale è saldamente in mano a Marina, presidente esecutiva, che ha ridato alle stampe anche il famoso libro di Bernardo Caprotti in cui si scagliava contro i rivoli della Coop, il fratello Giuseppe attacca su un altro fronte. Non per avere quote societarie, ma per “sfatare il mito” del padre Bernardo. Ha infatti scritto un libro intitolato “Le ossa dei Caprotti” dove il fondatore del colosso della grande distribuzione è visto come un accentratore che esclude progressivamente gli altri figli dall’azienda, mettendo al suo fianco la segretaria particolare Germana Chiodi che riceve in eredità 75 milioni di euro più altri dieci per gli anni trascorsi in azienda. Mentre Giuseppe, rievoca, è stato licenziato quando era amministratore delegato.
Trame più avvincenti di qualunque serie. Se non fosse che qui si parla di capitali e posti di lavoro reali.
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