In francese jamais vu significa, alla lettera, mai visto. È, come abbiamo detto, il fenomeno esattamente opposto al déjà vu, e consiste in un curioso senso di estraneità o nell’incapacità di riconoscere una persona o a una situazione che dovrebbe esserci ben nota e familiare. Anche in questo caso si tratta di un’esperienza molto comune, che pare riguardi circa il 50% delle persone, ma a cui spesso non prestiamo attenzione e che confondiamo con una semplice smemoratezza. Si tratta invece di un meccanismo molto diverso, che però, proprio come nel caso del déja vu, non è ancora interamente conosciuto. L’unico elemento riconosciuto come comune alle diverse esperienze, fino a questo momento, è che l’esperienza tende a presentarsi quando si è esposti a una ripetizione continua di una parola, di una musica, o di un soggetto o a una lunga esposizione ad esso.
Una ricerca dedicata al jamais-vu ha vinto di recente il premio IG Nobel per la letteratura: gli IG Nobel sono un riconoscimento satirico che viene assegnato annualmente a dieci studiosi autori di ricerche “strane, divertenti, e perfino assurde“, quel genere di lavori curiosi che “prima fanno ridere e poi danno da pensare“. Si tratta dunque di un premio che valorizza “l’insolito e l’immaginifico, e stimola l’interesse del pubblico generale alla scienza, alla medicina, e alla tecnologia“. I vincitori sono autori di studi del tutto seri su argomenti a volte bizzarri, selezionati in base ad articoli pubblicati su autorevoli riviste scientifiche. Il jamais vu è, in effetti, un fenomeno piuttosto curioso, a volte è associato a patologie neurologiche anche gravi, come l’epilessia o certe forme di emicrania. Il suo carattere sporadico lo rende particolarmente difficile da studiare dato che non è possibile monitorare continuamente il cervello di un soggetto, ad esempio con la risonanza magnetica, per osservarne il funzionamento in presenza dell’evento.
Mentre il déjà vu è collegato, secondo la scienza, a un’anomalia della memoria che processa lo stesso ricordo due volte a distanza brevissima, il suo opposto sembra legato a un’eccessiva ripetizione di un’esperienza. Gli scienziati delle Università di Grenoble (Francia) e St. Andrews (Regno Unito) sono giunti a questa conclusione dopo aver invitato un gruppo di 94 volontari a riscrivere più e più volte la stessa parola il più rapidamente possibile. Potevano fermarsi solo in caso di dolore alla mano, di noia insopportabile o dell’insorgenza di qualche sensazione insolita. L’esperimento è stato ripetuto con 12 diverse parole. Alla fine, analizzando le ragioni di interruzione, gli studiosi hanno notato che la causa più frequente di stop (70% delle volte) era la sensazione che i volontari descrivevano come “perdere il controllo della mano” o “qualcosa nella parola sembra sbagliato” o “più le guardo più le parole perdono di senso“. Riscrivere più e più volte la stessa parola aveva quindi un effetto estraniante che portava alla perdita di familiarità e di significato da parte della parola stessa . Questa sensazione, che gli esperti hanno classificato come esperienza di jamais vu, insorgeva in media dopo 33 ripetizioni e risultava più frequente con le parole con cui i volontari avevano estrema familiarità.
A questo punto, gli studiosi si sono messi a caccia di una possibile spiegazione del fenomeno. L’evoluzione ha modellato il sistema cognitivo umano all’insegna della flessibilità: per mantenersi attento e performante, l’essere umano è portato a non perdersi troppo a lungo in compiti ripetitivi: se ci troviamo a dover rifare molte volte lo stesso gesto o anche osservare per troppo tempo un oggetto o una parola, potrebbe scattare un meccanismo con il quale il nostro cervello non ne riconosce più il significato. Il jamais vu sarebbe quindi un espediente di difesa che il cervello fa per estraniarsi da una situazione troppo ripetitiva, per fare una sorta di passo indietro e valutarne la realtà.
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