È calata, ma meno del previsto. È stata una piccola delusione, per le “colombe” della Banca centrale europea, l’inflazione di febbraio. Insieme ad altri dati sembra confermare l’idea che l’”ultimo chilometro”, da qui all’obiettivo del 2% – da raggiungere in modo sostenibile – sia davvero una strada accidentata, che sarà percorsa molto lentamente.
I numeri parlano chiaro. L’inflazione complessiva è stata pari al 2,6%, dal 2,8% di gennaio, grazie soprattutto a una flessione dei prezzi dell’energia (-3,7%) che è soprattutto un effetto aritmetico: il rialzo mensile è stato sensibile, e pari all’1,5 per cento. Gli analisti si aspettavano un 2,5% annuo. L’inflazione core, che esclude i prezzi non controllabili dalla politica monetaria, è stata del 3,1%, dal 3,3% di gennaio. Le attese puntavano al 2,9 per cento.
A stupire davvero sono stati però i servizi. L’inflazione del settore è scesa al 3,9% annuo, dopo essere stata ferma al 4% per tre mesi consecutivi. Nel solo mese di febbraio, però, i prezzi – che sono i più vischiosi, e i più legati alle condizioni interne dell’economia – sono saliti dello 0,8%. È molto. Se, per ipotesi, l’inflazione salisse allo stesso ritmo non per un mese, ma per dodici, l’inflazione annuale si porterebbe al 9,6%.
Non è verosimile. Se però, come è più corretto calcolare, l’inflazione dei servizi degli ultimi tre mesi continuasse allo stesso ritmo per dodici, il sottoindice dei servizi tornerebbe alla fine del periodo al 5,8 per cento annuo. I dati trimestrali annualizzati sono molto variabili, e soggetti a forte stagionalità: ogni anno segnano un minimo a novembre, poi risalgono. Il rialzo di questo febbraio risulta però molto veloce, molto vicino ai ritmi di febbraio 2023, e più intenso di quelli prevalenti in un passato anche lontano. Non è chiaro dunque come possa evolvere. È vero che l’inflazione dei beni manifatturieri – in genere esposti alla concorrenza internazionale – è ormai all’1,6%, dal 2%, ma non è qui l’infiammazione che la politica monetaria vuole ora curare.
La Banca centrale europea ha bisogno di vedere un’inflazione davvero sotto controllo non solo nei dati complessivi, ma anche in quelli “sottostanti”. La presidente Christine Lagarde e il capoeconomista Philip Lane invitano a guardare – oltre che alle aspettative – a salari e margini di profitto che in queste fasi, se si muovono in tandem, possono sostenere l’inflazione. La Bce ha elaborato un wage tracker, per individuare i “punti di svolta”, che però non sono all’orizzonte. Più semplicemente, il classico indice dei salari negoziati, molto importanti in Eurolandia, segnalava ancora, a fine 2023, un incremento annuo del 4,5%.
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