Boniperti ha fiducia in lui. «È un giovane fondamentale e qui farà tantissima strada. Ci penserà Zoff a dargli anche tanti e preziosi consigli», dichiara il presidente. Le opportunità che si presentano a Giancarlo non sono molte, qualche partita di Coppa Italia con i giovani della Primavera, quando Dino Zoff e compagni sono impegnati con la Nazionale per la tournée del Bicentenario dell’Indipendenza americana a fine maggio ‘76 oppure in Argentina per i Mondiali.
L’esordio in bianconero, con la maglietta grigia e il numero 12 sulle spalle, gli si presenta all’ultima giornata del campionato 1978-79: Juventus-Avellino. Il primo tempo finisce a reti inviolate, grazie anche al giovane portiere irpino Piotti, che salva il risultato in più di un’occasione. Passano dieci minuti dall’inizio della ripresa e Bettega sblocca la partita; passa un minuto e, su un’azione di contropiede, Verza realizza il raddoppio con un preciso tiro a fil di palo. Il Trap, a questo punto, pensa di mandare in campo Alex; durante l’arco del campionato ha fatto esordire ragazzi fondamentali e che percorreranno molta strada nella Serie A: Fanna, Brio e lo stesso Verza, quindi pensa di dare un po’ di gloria anche ad Alessandrelli.
Dopo tantissime giornate, passate in panchina in compagnia dei radiocronisti Roberto Bortoluzzi, Enrico Ameri e Sandro Ciotti e l’inseparabile tuta blu, Alex ha la sua grande occasione.
«Al Comunale si è consumato anche un piccolo dramma per Giancarlo Alessandrelli – scrive Bruno Bernardi su “Stampasera” – al quale Trapattoni, d’accordo con Zoff, aveva concesso, quando il risultato sembrava acquisito, di effettuare un parziale debutto nella Juventus in campionato dopo quattro anni di panchina, intervallati da qualche esibizione in Coppa Italia o in amichevole. La Juventus, dopo il cambio, ha siglato il terzo gol e per Alessandrelli sembrava un pomeriggio tranquillo senza emozioni. Viceversa De Ponti, sfruttando due difettose respinte di Alessandrelli su insidiose punizioni di Tosetto, ha caligato il ventisettenne portiere che, sul terzo punto di Massa (in sospetto fuorigioco), è apparso frastornato. Infierire su Alessandrelli, dopo questi sfortunati 26 minuti, sarebbe ingiusto: l’essere rimasto così a lungo all’ombra di Zoff ha indubbiamente appannato i suoi riflessi. Al suo “vice”, l’indistruttibile Dino lascia poco spazio e, di conseguenza, non è facile tenersi pronti e in forma alla chiamata».
«Avevo paura come un ragazzino della Primavera – racconta a caldo negli spogliatoi con le lacrime agli occhi – dopo il primo gol non ragionavo più, ero confuso, io che avevo sempre sognato quel momento».
Non avrà più nessuna occasione, quella stessa estate sarà ceduto all’Atalanta, in cambio di Luciano Bodini.
NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DELL’11-17 FEBBRAIO 2003
Pensi a Giancarlo Alessandrelli, oggi 51 anni, affermato imprenditore e proprietario di locali in Sardegna e Toscana, e la mente vola subito al 13 maggio del ‘79, ultima di Campionato. La Juventus gioca con l’Avellino e sta vincendo per 2-0. Dopo quattro anni da dodicesimo (il numero uno è Zoff) tutti trascorsi in panchina in compagnia di Ameri e Ciotti, Alex viene buttato nella mischia. «Fu De Maria, il massaggiatore, che a un certo punto disse al Trap di farmi entrare. Era la mia ultima partita visto che alla fine della stagione sarei andato via comunque. In mezz’ora presi tre gol. Incredibile, in tutto il primo tempo l’Avellino non aveva mai superato la metà campo. Alla fine della partita ero devastato. Non solo per me, ma anche per mio padre, una persona dolce e sensibile, sapevo che se ne stava a casa sua incollato alla radio a seguire le partite e che aspettava forse più di me quel momento».
Al rientro negli spogliatoi ovvia maretta. «Pietro Giuliano (il braccio destro di Boniperti, ndr), di solito calmo e razionale, si infuriò con la squadra per la figura che mi aveva fatto fare. Lo stesso fece Zoff, che se la prese soprattutto con la difesa. Volarono parole grosse e qualche cazzotto sugli armadietti».
Ma la vita, talvolta, restituisce con gli interessi quello che ha tolto: «Tutti si ricordano di me per quella partita. Mi hanno voluto perfino la Carrà e Maurizio Costanzo per raccontare dei tre gol presi in trenta minuti».
E sì, da quella triste mezz’ora l’unico vincitore è risultato lui, che è poi riuscito a costruirsi fuori dal calcio una strada lastricata di successi. «Sono una persona serena alla quale piace vivere la parte “bella” della gente, quella che emerge nei momenti di relax o di ferie».
La svolta dopo la rottura del crociato al ginocchio destro nell’84: «Fu una scelta indolore. Chiusi con il calcio e decisi che da allora mi sarei dedicato a far star bene le persone».
Alex adesso si divide tra Sardegna e Toscana, «da ottobre a maggio gravito ad Arezzo dove nel 2000 ho aperto il “Grace”, un ristorante con musica dal vivo in pieno centro, mentre mia moglie Daniela cura il suo negozio di abbigliamento. L’estate, invece, si vive in Sardegna. Daniela segue le sue attività nel campo della moda, mentre io lo scorso luglio ho inaugurato un nuovo locale a Porto Cervo. È il terzo dopo il “Peperov”, che ho lanciato nell’88 insieme a due soci, e al “Billionaire” che presi da solo rischiando molto. Briatore, mio amico da una vita, entrò dopo il primo anno, oggi gli ho ceduto l’intera proprietà. Il presente si chiama “Next Door”, sempre con Briatore nel team, la scelta del nome non è stata casuale».
Una nuova porta per Alessandrelli, una nuova sfida, con la consapevolezza che non sarà l’ultima. «Dici bene, non posso fare a meno di guardare al futuro».
Si rituffa volentieri pure nei ricordi il nostro Alex. «Arrivai a Torino a 15 anni. La mia famiglia aveva bisogno di qualche soldino ed io non mi risparmiavo: ho fatto le bobine per i flipper, lavavo le auto, mi occupavo delle rese dei quotidiani, il carrozziere. Ho lavorato anche come cameriere nel pensionato dove vivevo con i miei compagni, tutto questo mentre giocavo».
Cinquecento lire, questa la paga per ognuno dei lavoretti che riusciva a inventarsi. «A diciassette anni la Juve mi dava quindicimila lire al mese, compreso il vitto e l’alloggio, ma arrotondavo facendo l’assicuratore: vendevo polizze a tutti i compagni».
Lo spirito d’iniziativa, insomma, non gli è mai mancato, neppure durante gli anni da prof nel calcio. «Nel ‘76 a Torino in società con Zoff e Tardelli avevo aperto un negozio di abbigliamento. Quattro anni dopo con mia moglie iniziai a produrre capi in pelle ad Arezzo e nello stesso periodo, mentre eravamo in vacanza in Sardegna, rilevammo un’attività commerciale nel settore del vestiario con punto vendita a Baia Sardinia».
E il pallone? «C’era anche quello, anzi soprattutto quello. Nel ‘67 mi aveva portato dall’Ostiense alla Juve un certo Moggi. Ero fortissimo, calciavo con tutti e due i piedi e agli inizi addirittura mi alternavo tra il ruolo di portiere e quello di ala sinistra».
L’anno magico è il 1972: «Intanto perché avevo vent’anni e potrebbe bastare questo. In più ero in pianta stabile nella rosa della prima squadra tra Piloni e Carmignani, il titolare, che sotto sotto mi temeva. Con la Primavera perla prima volta nella storia della Juve vincemmo lo scudetto di categoria, ero il capitano e con me c’erano Luciano Marangon, Vincenzo Chiarenza, Alberto Marchetti. In estate andai in prestito alla Ternana. Ero il più giovane titolare della Serie A e non ti dico l’emozione nel vedere il mio nome accostato a quelli di Zoff, Albertosi, Pulici. Era una Ternana che difendeva a zona e applicava il famoso gioco corto, per cui spesso e volentieri giocavo al limite dell’area. Ma non tutti capivano: dagli spalti mi urlavano di tornare indietro».
Alex, comunque, convince. Para bene, anche i rigori, arrivando a interrompere la serie positiva di Chinaglia nel ‘73. «Ma a proposito di penalty il ricordo più bello è legato ai quarti di finale di Coppa Campioni contro l’Ajax nel ‘78».
Dopo i supplementari, ecco i tiri dagli undici metri: «Io sono dietro la porta e Zoff, prima di sistemarsi tra i pali, si consulta con me. Risultato: due rigori parati e il terzo fuori».
Mai pensato allora di rimanere nel calcio come istruttore dei portieri? «L’ho fatto, tanti anni fa alla Rondinella. Mi chiesero di sgrezzare un tipo alto e un po’ debole di carattere. Sebastiano Rossi».
Esperienza una tantum, anche perché Alex e un team manager nato. «Lo sono sempre stato, fin dai primi anni bianconeri. Ero il portavoce della squadra, con Boniperti, ma anche con l’Avvocato Agnelli».
Lo sguardo vola a una foto appesa alle pareti del suo ufficio. In primo piano un giovane Alessandrelli se la ride con l’Avvocato. Cosa gli stavi dicendo? «Che i finestrini della 131 non si aprivano mica bene!».
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