Il consenso, prima di tutto. Per darsi una parvenza di legittimità, soprattutto agli occhi della comunità internazionale, ogni regime ha bisogno del consenso – estorto o comunque “caldeggiato” – dei cittadini che governa. Lo sa bene la teocrazia iraniana. Anche in presenza di elezioni il cui risultato è scontato, come quelle di venerdì, l’affluenza è il dato che più conta, quello più difficile da manipolare.
E questa volta le immagini dei seggi vuoti diffuse dall’opposizione sui social media, soprattutto nelle grandi città, parlano meglio di tanti proclami: il boicottaggio del voto è stato il mezzo a cui sono ricorsi milioni di iraniani, soprattutto giovani, per dimostrare il proprio dissenso. Un atto di protesta silenziosa nelle prime elezioni dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane curdo iraniana fermata dalla polizia morale perché non portava il velo in modo appropriato e percossa a morte in carcere il 16 settembre del 2022. Fu la scintilla che diede il via a una stagione di grandi proteste in tutte le città del Paese. Le fondamenta del regime vacillarono. La repressione fu violenta: nei mesi successivi furono uccisi almeno 500 manifestanti, in gran parte giovani, e arrestati 20mila. Per evitare disordini, ieri il dispiegamento di forze dell’ordine è stato impressionante: circa 200mila uomini in tutto il Paese.
In attesa dei dati ufficiali sull’affluenza, sin dall’inizio queste elezioni sono apparse come la cronaca di una vittoria annunciata, quella dei partiti vicini alla teocrazia degli Ayatollah.
Sono sostanzialmente quattro le anime che caratterizzano la classe politica iraniana: oltranzisti, conservatori, moderati e riformisti. Nelle settimane prima del voto, i candidati riformisti (in diversi avevano boicottato il voto del 2020) sono stati falcidiati. Anche i moderati hanno visto squalificati molti dei loro candidati. In corsa sono rimasti i candidati dell’ala conservatrice e di quella oltranzista.
La situazione in cui si trova oggi la Repubblica islamica è senz’altro la più complessa da oltre 40 anni, ovvero dai tempi della sanguinosa guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran di Ruhollah Khomeini (1980-1988) in cui morirono un milione di persone, in maggioranza iraniane. Oggi sono sul tavolo tanti dossier. Dal controverso programma nucleare – secondo gli analisti americani Teheran è ormai prossima allo sviluppo di un ordigno nucleare – alla crisi economica inasprita dalle sanzioni americane, fino alla guerra tra Israele ed Hamas, in cui Teheran è indirettamente coinvolta tramite le milizie sciiite alleate nella regione. Senza contare il conflitto in Ucraina, dove il sodalizio tra gli Ayatollah e il presidente Vladimir Putin è più solido che mai.
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