i aggrava la crisi tra Israele e le Nazioni Unite. Israel Katz, ministro degli Esteri di Tel Aviv, ha annunciato di aver richiamato per consultazioni l’ambasciatore dello Stato ebraico presso l’organizzazione, Gilad Erdan, accusando il Palazzo di Vetro di aver tentato di nascondere “il grave rapporto sugli stupri di massa commessi da Hamas e dai suoi sostenitori il 7 ottobre”. Le forze israeliane di difesa (Idf), da parte loro, tornano a puntare il dito contro l’Unrwa, agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, per il presunto ruolo svolto da alcuni suoi dipendenti nell’assalto che ha dato origine alle guerra. Sarebbero 450, sostiene l’Idf, i “terroristi”, per la maggior parte di Hamas, che sarebbero anche impiegati dall’Unrwa. Proseguono, intanto, i negoziati per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. L’Egitto, mediatore chiave nelle trattative, si è mostrato ottimista sulle possibilità di raggiungere una fumata bianca, tanto che la tv pubblica del Paese africano ha parlato di “progressi significativi” nei colloqui in corso, cui partecipano le delegazioni di Hamas, Cairo, Qatar e Stati Uniti ma non quella israeliana. Per prendere parte al processo negoziale Tel Aviv attende che Hamas si esprima su due nodi ritenuti cruciali: il numero di detenuti palestinesi che l’organizzazione palestinese vorrebbe fossero liberati e un elenco degli ostaggi ancora vivi. Ma Hamas ha fatto sapere che in questo momento è “impossibile” sapere chi tra i rapiti “sia ancora vivo e chi sia stato ucciso” nei raid israeliani o dalla fame “per il blocco” imposto da Tel Aviv. Un altro funzionario del gruppo palestinese ha poi frenato sull’ottimismo sostenendo che “non ci sono progressi reali” nei negoziati. “La palla è ora nel campo di Israele”, ha osservato un terzo esponente dei miliziani, visto che Hamas avrebbe già indicato i criteri per il rilascio dei detenuti palestinesi. L’organizzazione non sta forzando la mano sull’immediato rientro dei residenti del nord della Striscia di Gaza ma – ha sottolineato il funzionario – chiede il ritorno graduale, nell’area, di 500 famiglie al giorno durante la tregua. Se da una parte punta alla svolta negoziale, dall’altra Hamas non cessa di ricorrere alla retorica bellicosa. Il portavoce in Libano del gruppo Osama Hamdan ha esortato i palestinesi in Israele e in Cisgiordania a unirsi alla lotta contro Tel Aviv, chiedendo di trasformare “ogni momento” del Ramadan “in uno scontro”. E mentre la guerra sta per entrare nel suo sesto mese, con un bilancio di oltre 30mila e 500 palestinesi morti nella sola Striscia di Gaza, tornano a crescere le tensioni al confine tra Libano e Israele. Un attacco missilistico vicino alla comunità di Margaliot, nel nord dello Stato ebraico, ha provocato un morto e sette feriti. Tutte le vittime sarebbero lavoratori stranieri. L’Idf ha risposto, colpendo il sito da cui è stato effettuato il lancio e altre strutture di Hezbollah che, da parte sua, ha rivendicato di aver sventato due diversi tentativi delle truppe israeliane di entrare sul territorio libanese nella tarda serata di domenica. In precedenza l’Idf aveva annunciato di aver colpito un veicolo su cui viaggiavano tre esponenti del gruppo libanese a Neqoura, tutti morti nell’attacco. Tra le vittime, stando al canale radio siriano Voice of the Capital, ci sarebbe anche Abbas Ahmed Halil, nipote del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Ma questa notizia non è stata confermata ufficialmente. Gli Stati Uniti, con l’inviato speciale Amos Hochstein, hanno avvertito che “una guerra limitata” tra Israele ed Hezbollah non sarebbe “contenibile”, ma hanno anche espresso fiducia sulla possibilità di ripristinare la stabilità nel Libano meridionale e nel nord di Israele.
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