Gli Houti dello Yemen
Gli Houti sono una formazione militare yemenita sciita, nata come gruppo ribelle ma trasformatasi dopo una lunga guerra civile in una giunta militare che controlla la capitale San’a, le montagne del Nord al confine con l’Arabia Saudita e quasi tutta la costa del Mar Rosso. Il resto del Paese è in mano ai sunniti, ma è una zona semiarida che conta meno. La guerra che Ansarallah con il sostegno dell’Iran ha combattuto contro il governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen, ha fatto centinaia di migliaia di morti e creato una delle crisi umanitarie più gravi del mondo.
Gli Houti sono molto legati all’Iran, che gli ha fornito armi a lungo raggio, come i missili e i droni, ma soprattutto il know how per costruire entrambi. Teheran dunque ha molta influenza sul gruppo, che però rivendica la sua autonomia nell’azione: non tutto quello che gli Houti decidono di fare viene autorizzato o può essere bloccato da Teheran.
La Campagna per la Palestina
Da novembre gli Houti hanno colpito decine di navi in transito nel Mar Rosso, nello Stretto di Bab el-Mandeb, presentando gli attacchi come ritorsione contro i bombardamenti di Israele sulla Striscia di Gaza. In realtà ad essere colpite sono molte navi occidentali non solo “quelle dirette in Palestina” con la conseguenza che il commercio marittimo in una delle arterie di navigazione più importante al mondo sta subendo un duro colpo. L’intera economia globale si regge sull’interscambio marittimo, pari all’80% di tutti i commerci mondiali (fonte: World Trade Organization). In conseguenza della crisi di Suez, provocata dagli Houti, i costi sono lievitati: spedire un container da 40 piedi (12,1 metri) da Shanghai a Genova costava in media nello scorso novembre 1.400 dollari, stando agli analisti di Drewry, oggi il prezzo del “biglietto” è di 5.042 dollari, dopo aver toccato i 6.365 dollari il 25 gennaio.
La risposta europea
Per ripristinare la sicurezza in quel tratto di mare, l’8 febbraio scorso il consiglio degli Affari esteri dell’Unione europea ha approvato la missione militare Aspides, a cui l’Italia partecipa con il cacciatorpediniere Caio Duilio e con il comando operativo sul campo della missione, assegnato al contrammiraglio Stefano Costantino. Il 2 marzo la nave “Caio Duilio” ha visto un drone volare nella sua direzione e lo ha abbattuto, mentre era in navigazione nel Mar Rosso. Il drone era arrivato a sei chilometri di distanza, ha detto poi il comunicato della Difesa, e questo vuol dire che se si trattava del classico vettore suicida, piú o meno mancava ancora un minuto e mezzo al momento dell’impatto.
La missione italiana
Il Parlamento italiano però deve ancora approvare una missione già operativa da un mese e questo perché i ministri degli Esteri e della Difesa hanno tardato nel preparare i documenti e anche perché la legge italiana che regola la partecipazione alle missioni internazionali (la 145 del 2016) è piuttosto farraginosa e prevede un iter molto lungo. Per le nuove missioni militari il consiglio dei ministri, dopo aver informato il presidente della Repubblica, approva una delibera che poi deve essere messa all’esame del Parlamento che può chiedere modiche o rigettarla. Il Parlamento sta esaminando la delibera del consiglio dei ministri sulla missione Aspides e dovrebbe approvarla, ma ci sono differenze politiche. Il Pd è a favore, anche se la segretaria Schlein ha chiesto al governo un maggiore impegno diplomatico per il cessate il fuoco a Gaza. Il Movimento 5 stelle invece si è detto contrario se il governo non avesse tolto dalla formulazione l’aggettivo “eminentemente difensivo” riferito allo scopo della missione. I pentastellati vogliono una formulazione chiara che definisca lo scopo della missione come solo difensivo e il governo si è detto disponibile ad accogliere la modifica.
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