Storie di ordinaria violenza, che abbondano tra gli ospiti della Casa del Migrante, centro di accoglienza fondato dai missionari scalabriniani a Tijuana per dare rifugio a deportati, rifugiati in transito, sfollati interni al Messico, e migranti di vario genere. Da quando esiste, ha offerto assistenza a oltre 250mila persone, sfidando tutte le politiche di contrasto adottate sui due fronti del confine, dove ora Joe Biden e Donald Trump si giocano un bel pezzo di Casa Bianca. Quando si parla dell’emergenza migrazioni negli Usa, gli occhi sono puntati sul Texas, perché il governatore Abbott sfida le politiche dell’amministrazione accusate di essere permissive. Guardandola però dall’altra parte della frontiera, a due passi dal miraggio californiano, la questione cambia assai.
«Lavoravo in un negozio di frutta e verdura nell’Honduras — racconta Orlin Vallecillo — ma il proprietario non riusciva più a pagare il pizzo. Neanche lo sapevo che il sistema funzionava così, ma quelli della gang locale sono venuti a punirci. Mi hanno sparato due volte nella schiena e spezzato un braccio. Guarda: la vedi la differenza con l’altro? Sono sopravvissuto perché pensavano di avermi ammazzato, ma appena guarito sono dovuto scappare». Così è cominciato il suo viaggio con la carovana: «Otto settimane a piedi, un inferno. E non solo per la fatica, la fame, il freddo. Le gang conoscono il percorso dei migranti e vengono a rapirli, per costringerli a lavorare nelle piantagioni di droga. Se rifiuti, ti ammazzano».
In qualche modo lui è riuscito a scappare, e mentre attraversava il Chiapas ha incontrato Maria, ragazza messicana in fuga dalla violenza del suo Stato: «Vogliamo sposarci e mettere su famiglia. Il Messico mi ha dato il permesso di soggiorno, perché riconosce che sono un rifugiato. Ora però ho fatto domanda di asilo negli Usa, perché là c’è il lavoro. Quando me lo daranno, farò venire anche mia madre, mio nonna e mia sorella. So fare il carpentiere, chiedo solo un lavoro onesto».
Pat Murphy, prete newyorchese che dirige la Casa, conosce bene gli intrighi politici del suo Paese: «Gli Usa hanno bisogno di immigrati, e questa gente di lavoro. Servirebbe l’onestà di riconoscere le due esigenze, e conciliarle con una riforma efficace dell’immigrazione legale». Trump però ha bocciato la legge che gli stessi repubblicani avevano scritto con i democratici, perché la soluzione non la vuole proprio. Ha bisogno di uno slogan da usare in campagna elettorale, perciò aborrisce qualsiasi via d’uscita reale.
Alma, assistente di padre Murphy, mostra l’aula dove i bambini stanno iniziando la giornata di scuola: «Abbiamo circa 140 ospiti. In passato accoglievamo solo uomini deportati, ma dal 2019 abbiamo cambiato, accettando anche le famiglie. Il motivo sono state le carovane in arrivo dal Centramerica, perché erano piene di bambini soli, o accompagnati da padri e madri. Adesso il 40 per cento dei nostri ospiti sono sfollati interni messicani, il 30 per cento deportati e il 30 per cento famiglie». La Casa offre un tetto, cibo, vestiti, assistenza medica e legale: «Per entrare devono fare domanda allo U.S. Customs and Border Protection, ma ci vogliono almeno sei mesi per ottenere un appuntamento. Abbiamo ospiti che lo hanno per il 2026. Poi vanno all’incontro e in maggioranza vengono bocciati, perché non possono permettersi avvocato e traduttore, e quindi non riescono a provare il caso per la richiesta d’asilo. A quel punto sono in trappola: a casa non possono tornare, perché rischiano la vita; in Messico non hanno lavoro; ma gli Usa non li vogliono. Perciò, disperati, pagano 7.000 dollari ai “coyote” che li fanno passare illegalmente. Una volta dentro si consegnano al Cbp, sperando di essere accettati. Quando vengono deportati i “coyote” li aspettano al confine e li rapiscono, per farli lavorare da schiavi nelle loro piantagioni, o usarli come ostaggi per chiedere riscatti ai parenti negli Usa, se li hanno». Questo spiega perché il muro di Trump non servirà mai a nulla: «Sono disperati, condannati comunque a morte. Non sarà una barriera a fermarli. Morire per morire, tanto vale provare a scavalcarla».
I repubblicani accusano Biden di aver spalancato la frontiera, e in effetti da quando c’è lui sono arrivati un paio di milioni di illegali all’anno. Alcuni magari sono davvero “bad hombre”, come dice Trump. «Ma il motivo — spiega Alma — non è la politica Usa. La maggior parte dei nostri ospiti non sa neppure chi sia presidente. Alcuni parlano dialetti che neppure io capisco. Le ragioni sono all’origine, ossia il peggioramento delle violenze e le condizioni da fame che li obbligano a scappare». Adesso, per esempio, l’emergenza non c’è: «Capisco che tutti ne parlano, perché quest’anno ci sono le presidenziali tanto negli Usa, quanto in Messico. La verità, però, è che la crisi più acuta è passata. Ci aspettavamo un’ondata di arrivi e avevamo preparato tutto per gestirla, ma finora non si è materializzata. Il perché non lo sappiamo, però è la dimostrazione che il dibattito politico spesso non coincide con la realtà».
Sulla loro pelle, intanto, si gioca comunque il futuro della Casa Bianca. E quando avverti Orlin che lui e Maria potrebbero non avere un futuro negli Usa, pallottola da estrarre inclusa, ti fissa con lo sguardo smarrito: «Io indietro non posso tornare, perché stavolta non sbagliano: mi ammazzano sicuro»
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