La parità di genere è ben lontana da essere raggiunta anche nel mondo delle professioni, che vede una crescente presenza femminile cui non corrisponde un peso analogo sia in termini di ruolo che di retribuzione. Si è concentrato su quali siano le azioni da portare avanti e come farlo il convegno organizzato dal Consiglio nazionale del Notariato e dall’associazione Rete per la parità. Notai, avvocati e commercialisti «insieme più che mai per questa occasione», ha rimarcato in apertura dei lavori nella biblioteca del Senato il presidente del Consiglio nazionale del Notariato, Giulio Biino, aggiungendo che «saremo in vero regime di parità il giorno in cui questi convegni non dovremo più farli». Biino ha rilevato, in positivo, che quella dei notai è una «categoria professionale vicina alla parità» ma ha voluto fare un cenno anche alla violenza sulla donne, sottolineando quanto sia sconvolgente che le cronache ci riportino un femminicido quasi ogni giorno. Questa, ha detto, è «la prima, intollerabile discriminazione» a danno delle donne, a cui segue quella «nel mondo del lavoro e, quando si raggiunge un posto, quella retributiva», rispetto ai colleghi uomini.
Meno ottimista sul raggiungimento della parità nella profession Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense che ha osservato come «nel mondo dell’avvocatura la parità è ancora molto lontana, lontanissima». Elbano De Nuccio, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, ha rimarcato nel corso dei lavori la «funzione sociale delle professioni ordinistiche» che, anche su questo aspetto, possono diventare un «modello per la società e le istituzioni». Dal canto suo Michele de Tavonatti, componente del Comitato pari opportunità dei commercialisti, ha riferito che il Comitato ha promosso un sondaggio su questi aspetti i cui esiti saranno noti a fine marzo.
Proprio per scattare una fotografia della realtà il più possibile precisa, la fondazione Adriano Ossicini, con il Collegio nazionale del notariato, il Consiglio nazionale forense e l’Ordine nazionale dei commercialisti, ha «costruito una convenzione per un Osservatorio sulle pari opportunità nelle professioni ordinistiche» ha annunciato Elisabetta Camussi, professoressa di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano e presidente della fondazione. «Stiamo avviandoci ad applicare tutta una serie di modalità di rilevazione – ha aggiunto – che preludono a possibilità successive di intervento formativo». E sul discorso della formazione sono intervenute sia Marilisa Guida, titolare della Divisione adulti e scuola lavoro del Servizio di educazione finanziaria della Banca d’Italia che Linda Laura Sabbadini, che ha ricoperto il ruolo di direttrice di Dipartimento dell’Istat e una delle ‘pioniere’ delle statistiche per gli studi di genere.
Guida ha ricordato che in un panorama che in Italia vede in generale un livello basso di cultura finanziaria, le donne risultano meno preparate già a livello di studentesse e inoltre «tendono a sottovalutarsi». Un buon livello di cultura finanziaria, ha rilevato, può «contribuire a prevenire forme di violenza economica». Come fronteggiare la situazione? Il «Ddl capitali che introduce l’educazione finanziaria nell’educazione civica, darà una mano» così come è importante intervenire sulle modalità di insegnamento della matematica ma, ha sottolineato Guida, è fondamentale il dato che emerge dalle rilevazioni di Bankitalia: «Il lavoro annulla i divari: le donne che partecipano al mercato del lavoro, sia come autonome che come dipendenti, hanno gli stessi livelli» di cultura finanziaria degli uomini che lavorano. Quindi servono politiche per l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro, oltre a «programmi di educazione finanziaria che tengano conto delle specificità delle donne non tanto sui contenuti, ma nel metodo». Guidi ha ricordato il portale di educazione finanziaria ‘L’economia per tutti’, sul sito della Banca d’Italia.
Sabbadini ha sottolineato, fra le criticità, il fatto che il «periodo fondamentale per la carriera sono proprio i primi anni di lavoro, soprattutto tra i 30 e i 40 anni, che sono anche gli anni cruciali per le donne per avere dei figli. Questa coincidenza di percorsi è un elemento che penalizza fortemente le donne».
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