“Mamma, dov’è la mia gamba?”. Le voci dall’ospedale italiano del Cairo che cura i bimbi di Gaza
Formalmente, degli strettissimi canali di “esfiltrazione” ci sono. Dopo un mese di blindatura totale, a novembre l’Egitto ha aperto il valico agli internazionali rimasti bloccati nella Striscia e ai palestinesi con doppia cittadinanza, che hanno potuto lasciare Gaza ma solo previa approvazione delle autorità israeliane e a condizione di un immediato trasferimento all’aeroporto del Cairo. Per chi ha passaporto egiziano, è stata messa a punto una farraginosa procedura che dovrebbe – quanto meno sulla carta – garantire l’uscita a chi abbia famiglia in Egitto. Ma la lista di chi è autorizzato a lasciare Gaza scorre con lentezza estrema. Di fatto, si tratta di eccezioni.
“Se in questo momento aprissero questi cancelli – ha detto dopo averli attraversati Scott Anderson, direttore dell’ufficio Unrwa a Gaza – credo che la metà della popolazione bloccata a Gaza scapperebbe all’istante”. Per motivi sanitari – spiega Mohammed Noseer, capo delle operazioni della Mezzaluna rossa egiziana ad al-Arish – escono non più di 30-35 persone al giorno, per lo più minori, con accompagnatori”. Sempre che il Cogat – l’unità di coordinamento delle attività governative nei Territori del ministero della Difesa israeliano- dia il benestare e le autorità egiziane il loro.
Per i maschi sotto i quaranta – spiega un uomo in attesa sul lato egiziano del valico di Rafah – è praticamente impossibile. Più semplice per i bambini e donne o pazienti in condizioni gravi. Ma basta un alert di sicurezza e salta tutto. E nessuno è in grado di dire per chi le porte rimarranno chiuse. Come per i carichi di aiuti sistematicamente bloccati, i criteri sono assolutamente arbitrari.
A Gaza la speranza è a caro prezzo. A chi è in grado di pagare, Hala offre assistenza nella procedure burocratiche, canali più o meno privilegiati con le autorità egiziane e israeliane e soprattutto tempi relativamente rapidi.
Ad un angolo del lato egiziano del valico di Rafah gli autisti aspettano chi può passare. Molti indossano orgogliosi la pettorina di Hala, ma si infastidiscono se gli si rivolgono troppe domande. Ingannano il tempo sotto l’ombra rubata ai bus fra chiacchiere pigre, tè a litri, sigarette. Sono loro a prendere chi esce e accompagnarlo fuori dal Sinai, al Cairo o in altre città. Se l’uscita salta, Hala garantisce un rimborso di quanto versato “al netto delle spese per le pratiche”. Di fatto, spiegano alcune fonti, è quasi l’intero importo.
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“L’agenzia esisteva già da tempo. In precedenza era l’unica a garantire un passaggio sicuro e rapido attraverso il Sinai – racconta una fonte che chiede l’anonimato – Se avevi un volo e volevi essere certo di non perderlo, dovevi rivolgerti a loro”. Cinque anni fa – ricostruiscono agenzie indipendenti come Mada Masr – hanno fatto piazza pulita della concorrenza giocando su tariffe al ribasso. All’epoca, non si andava oltre i 350 dollari, un po’ di più d’estate o in prossimità del Ramadan, c’erano anche delle agenzie palestinesi che facevano da intermediari. Da quando Gaza è diventata una prigione a cielo aperto su cui piovono bombe e in cui si lotta per il cibo, i prezzi sono lievitati, l’intera procedura è stata centralizzata. Il contatto è diretto con la sede centrale del Cairo o attraverso gruppi Telegram, gli introiti milionari.
Sulle piattaforme di crowfunding gli appelli per mettere insieme il denaro necessario per tirare fuori genitori, figli, parenti o amici si contano a migliaia. Nidal chiede un contributo per far uscire gli anziani genitori, Moasim è disperato perché a Gaza ha venti familiari e lui dal Belgio può solo ascoltare i loro racconti di terrore. Quando sulla Striscia sono iniziati i bombardamenti, Ahmed era in Algeria grazie ad una borsa di studio universitaria. Da allora risparmia ogni centesimo, ma “senza il vostro aiuto – scrive – non riuscirò mai a mettere insieme i soldi necessari per tirare fuori tutti in tempo”. Mohammed ha affidato le sue parole e le sue speranze al fratello Raed da tempo in Germania. “Scrivo questa storia dopo molte riflessioni, esitazioni e profonda vergogna, ma l’urgenza e il bisogno di salvare la mia famiglia sono troppo grandi per aspettare ancora ”.
Nahed invece ha deciso di fare il percorso al rovescio. Lavorava da tempo all’estero quando la guerra è iniziata. Nella Striscia ha lasciato la moglie e i figli. Ha provato a mettere insieme il denaro necessario per farli uscire, ma sono tanti, troppi. E lui non ce la fa più ad aspettare, ha deciso di raggiungerli. “Ho più paura di stare lontano da loro sapendoli in pericolo piuttosto che di tornare lì. Per lavoro costruisco case prefabbricate, ma ho anche una formazione da soccorritore. Forse – spiega – posso fare anche qualcosa di utile per la mia gente”.
Ma la vera ragione del suo viaggio verso l’inferno ha il volto e il nome del più piccolo dei suoi figli: “Mi ha detto non voglio pane, non voglio giocattoli, voglio solo te. Quando cadono le bombe, i miei nipoti si rifugiano fra le braccia dei miei fratelli. Lui non ha nessuno. Io devo tornare là per lui”.
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