Mohamed Ali al-Houthi: “Italy will be a target if it participates in the aggression against Yemen”
La scorsa settimana per due giorni mi sono spostato a bordo di un elicottero CH-47 Chinook tra sette basi militari degli Stati Uniti in Giordania occidentale e in Siria orientale assieme al comandante del Centcom in Medio Oriente, il generale Michael Kurilla. Lì non c’ equilibrio, l’area è teatro dell’altro conflitto mediorientale, iniziato poco dopo la tragica guerra tra Israele e Hamas scoppiata il 7 ottobre. Questo conflitto vede l’Iran e i suoi proxy – gli Houti, Hezbollah e le milizie sciite in Iraq – schierati contro la piccola rete di basi statunitensi stabilite in Siria, Giordania e Iraq dopo il 2014 per distruggere lo Stato islamico ISIS, nonché la presenza navale statunitense nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden che mantiene sicure e aperte le importantissime rotte commerciali.
Le milizie sciite in Iraq armate dall’Iran e i combattenti Houthi nello Yemen potrebbero non sembrare minacce letali, ma non lasciatevi ingannare. Hanno imparato ad armarsi, costruire, adattare e mettere in campo alcune delle armi di precisione più sofisticate al mondo. Queste armi, fornite dall’Iran, sono in grado di centrare un bersaglio largo un metro a 500 miglia di distanza.I giovani soldati e marinai statunitensi schierati a contrastarle si sono fatti le ossa con i videogiochi, ma ora il gioco è reale, usano software e cursori per dispiegare le contromisure e gli intercettori più sofisticati del mondo al fine di respingere ogni razzo e drone che gli viene lanciato contro. In breve, gli americani forse non sono consapevoli di essere in guerra con l’Iran, ma i Guardiani della rivoluzione iraniani sanno per certo di essere impegnati in una guerra ombra contro l’America attraverso i loro intermediari.
E se uno dei proxy dell’Iran avesse “fortuna” e provocasse molte vittime colpendo una nave da guerra statunitense o le caserme di una delle basi Usa in Giordania o Siria – qualcosa di simile all’attentato alle caserme dei Marines a Beirut nel 1983 – il conflitto tra Stati Uniti e Iran uscirebbe sicuramente dall’ombra per diventare guerra diretta nella regione da cui il mondo più dipende per il petrolio.Tanto perché lo sappiate.Quest’altra guerra in Medio Oriente è entrata nel vivo il 17 ottobre, 10 giorni dopo l’attacco di Hamas a Israele, mi hanno spiegato al Centcom, quando l’Iran ha chiaramente deciso di attivare tutti i suoi proxy. Sotto la copertura della guerra di Gaza e tentato dal sentimento antiamericano che essa ha generato, l’Iran ha cercato di capire se fosse possibile compromettere in misura significativa la rete di strutture statunitensi in Iraq, nella Siria orientale e nel nord della Giordania, o magari costringere le forze Usa a sgombrare.Sospetto che Teheran avesse in mente anche un altro obiettivo: intimidire gli alleati arabi dell’America mostrando loro i danni che l’Iran è in grado di infliggere al loro protettore statunitense.
Quello che so per certo, però, è che questo è il più pericoloso gioco del pollo in atto oggi su tutto il pianeta, per tre motivi.Il primo è la quantità di razzi, droni e missili dispiegati dai proxy dell’Iran, in particolare dagli Houti nello Yemen e dalle milizie sciite in Iraq. Secondo il Centcom, dal 17 ottobre centinaia di testate trasportate da missili terra-mare, missili da crociera, missili balistici, droni d’attacco, motoscafi suicidi e veicoli subacquei senza equipaggio forniti dall’Iran sono stati usati dai proxy dell’Iran contro basi, navi da guerra e imbarcazioni commerciali statunitensi nel Mar Rosso.Fortunatamente, nonostante la mole degli attacchi, gli Stati Uniti sono riusciti a distruggerne o deviarne la maggior parte grazie agli intercettori e a una dotazione sempre più capillare di radar e contromisure dispiegati nelle basi e sulle navi da guerra statunitensi.
Non è un compito facile; diversi razzi e droni sono riusciti a passare, ferendo oltre 180 membri dell’organico Usa, secondo il Centcom, e ho visto coi miei occhi i danni materiali provocati in diverse basi che abbiamo visitato.Queste basi americane non sono compound lussuosi, molte erano in origine campi militari o piccoli centri controllati dall’ISIS che gli Stati Uniti e i loro alleati curdi hanno conquistato a partire dal 2014 dopo intensi scontri a fuoco con lo Stato Islamico in una guerra che ha minacciato contemporaneamente i governi di Siria, Iraq e Giordania.Oggi sono costituite da alloggi prefabbricati circondati e separati da centinaia di muri antideflagranti in cemento armato importati dagli Stati Uniti per limitare i danni di eventuali attacchi missilistici.
Il wi-fi che funziona a singhiozzo permette ai soldati di fare videochiamate con i familiari e seguire lo sport. Le cucine spartane servono corn dog, crocchette di pollo e simili e, in alcune delle strutture migliori, a volte una selezione quotidiana di frutta fresca – anche se è sorprendente quanto un settantenne in visita con addosso 20 chili di giubbotto antiproiettile e l’elmetto possa apprezzare un grosso e grasso corn dog della mensa dell’esercito nel deserto siriano. Ma poiché queste basi sono state progettate e ubicate per impedire all’ISIS di ricostituire le sue linee di rifornimento e la sua massa critica, non sono mai state pensate come deterrente o per attaccare i vasti arsenali di missili moderni dell’Iran e dei suoi proxy.
Ecco perché il 28 gennaio un drone d’attacco iraniano a senso unico con una testata di 20 libbre, lanciato da una coalizione di milizie sciite sostenute dall’Iran chiamata Resistenza Islamica in Iraq, ha colpito una struttura statunitense, la Torre 22, nel nord-est della Giordania.Ho visitato la Torre 22 assieme alla squadra del generale Kurilla la settimana scorsa. L’esplosione ha ucciso tre soldati statunitensi, che si trovavano in dormitorio, e ne ha feriti 47. Fortunatamente, gli alloggi modulari erano separati da pareti antideflagranti. Un soldato che si trovava nel dormitorio accanto a quello colpito ci ha raccontato che era in videochiamata con la moglie nel momento in cui il drone ha centrato il bersaglio; protetto da una spessa barriera di cemento, ne è uscito scosso ma illeso. La moglie che ha visto la scena in diretta ha pensato che fosse morto quando è scomparso in mezzo al fumo, ma lui è riuscito a contattarla tre ore dopo e a rassicurarla.
Sono rimasto sorpreso di fronte all’aggressività dei proxy incoraggiata dall’Iran, il che ci porta al secondo aspetto estremamente pericoloso di questa guerra.Il generale Kurilla l’ha definita seccamente una “conversazione” di deterrenza tenuta dal Centcom con l’Iran dopo l’attacco alla Torre 22, per far capire a Teheran che stava giocando con il fuoco.Il 2 febbraio, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei contro l’intera rete di proxy iraniani in Iraq e Siria, e il giorno successivo contro siti Houthi nello Yemen, colpendo complessivamente più di 100 obiettivi, con un insieme di bombardieri B-1 a lungo raggio partiti dal Texas, e missili da crociera e cacciabombardieri lanciati dal gruppo da battaglia della portaerei Eisenhower nel Mar Rosso. Circa 40 persone sarebbero rimaste uccise negli attacchi di rappresaglia degli Stati Uniti.
L’operazione è stata poi completata il 7 febbraio, quando gli Stati Uniti hanno deciso di dimostrare all’Iran e ai suoi proxy quale livello di guerra combinata di intelligence e di precisione sono in grado di portare avanti uccidendo Abu Baqir al-Saedi, il comandante delle Brigate Hezbollah a cui gli Stati Uniti hanno attribuito la responsabilità degli attacchi di droni alle basi Usa in Iraq, Giordania e Siria.Al-Saedi è stato colpito mentre era in auto su una strada di Baghdad dallo stesso tipo di missile Hellfire sparato da un drone che ha ucciso l’alto comandante dei Guardiani della rivoluzione iraniani Qassim Suleimani nel 2020. Era dotato di sei lame simili a spade che, una volta penetrate all’interno di un veicolo, fanno a fette tutto ciò che trovano, come un mixer, motivo per cui il missile è stato soprannominato “Ginsu volante”. La risposta americana ha chiaramente attirato l’attenzione degli iraniani, e da allora i proxy osservano un cessate il fuoco non dichiarato sulla terraferma, il che ha certamente contribuito a tranquillizzarmi mentre sorvolavamo in elicottero e in un C-130 tutti gli spazi non governati della Siria orientale, troppo vicini per i miei gusti alla base congiunta russo-iraniana sulla sponda occidentale dell’Eufrate.
Questo cessate il fuoco informale, tuttavia, non è stato accolto dagli Houti, che hanno dichiarato di non avere intenzione di smettere di sparare contro le navi internazionali, la Marina statunitense o Israele, almeno finché non ci sarà un cessate il fuoco a Gaza. Lo scorso fine settimana la nave cargo Rubymar, battente bandiera del Belize, colpita dagli Houti con un missile balistico il 18 febbraio, è stata il primo natante ad affondare completamente nello stretto di Bab el-Mandeb in conseguenza di un attacco missilistico degli Houti, creando un enorme problema ambientale a causa della fuoriuscita di carburante e del fertilizzante che trasportava. Grazie, Houti.E questo ci porta al terzo aspetto pericoloso di questa guerra ombra. In ogni base che abbiamo visitato c’era una stanza top-secret in cui i giornalisti non sono ammessi, chiamata combat integration center. All’interno, i giovani soldati americani (e i marinai delle navi della Marina) con gli occhi fissi agli schermi, cercano di identificare la miriade di oggetti in volo verso di loro e decidono, in base alle caratteristiche radar e visive, se attaccarne uno, ignorarne un altro o lasciarne passare un terzo, pensando che mancherà il bersaglio e atterrerà senza far danni.
La disciplina è importante quando si sparano intercettori da 200.000 dollari contro droni iraniani da 20.000, mi ha spiegato un ufficiale del Centcom. Questi operatori hanno spesso meno di 90 secondi a disposizione per decidere se attaccare un drone in arrivo con un intercettore di droni Coyote, in grado di rilevare e distruggere droni d’attacco a distanza molto ravvicinata e che può essere lanciato da veicoli di terra, elicotteri o imbarcazioni di superficie.In altre parole, ogni giorno è gravido di un evento a bassa probabilità, ma ad alte conseguenze. E la prima, e spesso ultima, linea di difesa è di solito un soldato o marinaio americano di 20 anni che, con gli occhi strizzati davanti allo schermo di un computer, cerca di stabilire in pochi secondi con l’ausilio di un software cosa gli sta arrivando addosso per poi mettere in atto le contromisure adatte.Oltre a tutto questo, devo aggiungere, abbiamo anche visitato il campo di detenzione di Al Hol, sperduto nella Siria nord-orientale, dove circa 43.000 persone – per lo più “spose” dell’ISIS e i loro figli – sono detenute in tende e prefabbricati sotto vigilanza curda, fino a quando potranno essere deprogrammate e fatte rientrare nei Paesi d’origine. È piuttosto strano parlare con una donna americana o britannica implicata nel culto dell’ISIS e sentire che ha cinque o sei figli avuti da tre o quattro diversi combattenti, tutti uccisi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti.
A giudicare dalle pietre che alcuni dei bambini hanno lanciato contro il nostro convoglio blindato, il processo di deprogrammazione è ancora lungo.Visti i rischi e le ferite aperte, vale la pena chiedersi: perché restare? Prima di tutto vorrei descrivere una scena e poi offrire una risposta. La scena: La squadra del generale Kurilla era in visita al presidio di Tanf, una piccola base di supporto logistico all’interno della Siria, vicino al confine tra Siria, Iraq e Giordania. Kurilla ha colto l’occasione per promuovere da sottotenente a tenente, un capo plotone medico di stanza lì. Kurilla ha chiesto che qualcuno gli portasse una bandiera americana e un paio di minuti dopo sono arrivati due soldati del plotone con una piccola bandiera e l’hanno tenuta all’altezza delle spalle dietro Kurilla e il giovane ufficiale promosso.«Il nostro esercito è unico al mondo», ha detto Kurilla. «Noi non giuriamo fedeltà a una persona o a un re, ma all’idea, incarnata dalla Costituzione e radicata nella nostra democrazia, secondo cui tutti gli uomini e le donne sono creati uguali. Noi giuriamo di difendere questa idea».Kurilla ha quindi guidato il giuramento che ogni soldato americano – in quel caso una recluta che aveva fatto carriera – ripete quando sale di grado.
Completato il giuramento, il neo-tenente ha indossato un berretto con le mostrine del suo nuovo grado e ha ringraziato ogni membro del suo plotone.C’era qualcosa in quella scena che mi ha colpito: i due soldati che tenevano la bandiera a stelle e strisce, unica nota di colore sul marrone del deserto e degli edifici di sfondo e il giuramento di fedeltà a un’idea, non a un re, attutito dalle pareti antideflagranti di questa base remota, in una regione che per lo più ha conosciuto solo l’opposto.Durante l’era post-Guerra Fredda, dai primi anni Novanta al 2010, ho pensato che sarebbe stato possibile portare la politica basata sul consenso e il pluralismo in questa parte del mondo, grazie agli accordi di Oslo, al trattato di pace giordano-israeliano, le rivolte della Primavera araba e alla maggiore integrazione derivante dalla globalizzazione.
Ma così non è stato. Invece della diffusione della democrazia, la regione ha visto il metastatizzarsi del disordine e di Stati in crisi. Intanto il mondo è diviso non più tra democrazie e autocrazie, ma tra ordine e disordine.Il razionale della permanenza delle forze statunitensi in Siria orientale, in Iraq e nel Mar Rosso è proprio evitare che il disordine di “laggiù” – dovuto a fenomeni come l’ISIS, a Stati falliti come la Siria e all’erosione degli Stati nazionali da parte dei proxy dell’Iran – arrivi “quaggiù”.
Non è una missione bella o eroica – vivere tutto il giorno con addosso un giubbotto antiproiettile in un ambiente duro e ostile, con i corn dog come uno dei rari piaceri – ma probabilmente ne vale la pena. Detto questo, non dobbiamo farci illusioni sui rischi, perché la guerra in corso laggiù potrebbe uscire urlando dall’ombra da un momento all’altro.
© 2024 The New York Times Company
Traduzione di Emilia Benghi
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