La vicenda s’innesta in una storia di disagio e tossicodipendenza. E ha come protagonista una famiglia torinese segnata già da tanti problemi: marito e moglie, a quanto pare, stanno insieme da quasi dieci anni e di recente lei lo ha denunciato per maltrattamenti. In un’occasione, come denunciato dai legali dell’imputato, la donna è stata ricoverata per una botta al fianco ricevuta dal marito e un nigeriano le ha recapitato un pacco contenente del crack. Poco dopo un’infermiera l’avrebbe sorpresa con una siringa mentre stava per farsi una dose nel bagno dell’ospedale.
Intanto, la scorsa estate, lui è finito in carcere mentre lei è stata accolta in una comunità. E il figlio di 8 anni è andato in una casa famiglia.
Nel frattempo è arrivata la denuncia della nonna, cui si è aggiunta quella della psicologa della struttura che aveva in carico il bambino. Secondo quanto riportato dalla professionista, il padre aveva portato il bambino da una prostituta per “iniziarlo”. Da lì è partita la nuova inchiesta a carico dell’uomo, affidata al pubblico ministero Davide Pretti. Che, grazie alla testimonianza della psicologa e al video dei suoi colloqui con il bambino, ha chiuso le indagini e chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo.
A febbraio si è tenuta l’udienza preliminare ed è stato ascoltato il video del colloquio fra la psicologa e la presunta vittima di questa vicenda decisamente fuori dal normale. Un modo per chiarire davvero cos’abbia detto il bambino senza costringerlo a ripeterlo davanti ai magistrati. E quindi a rivivere quei momenti.
Poi è arrivata la condanna con rito abbreviato, anche se l’imputato ha descritto la vicenda in modo diverso rispetto a quanto emerso dall’inchiesta: «Ero andato a trovare un’amica, che ha allungato la mano e l’ha messa nelle mutande del bambino mentre eravamo in auto» si difende il papà, difeso dagli avvocati Basilio Foti e Luca Schera.
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