Le indiscrezioni sulla nomina di Mustafa fanno seguito alle dimissioni un mese fa del premier palestinese Mohammed Shtayyeh, in quello che era apparso come un primo passo per dare un nuovo volto all’Anp, a lungo accusata di inefficienza e corruzione. Da un lato, il 69enne Mustafa ha le credenziali per guidare una svolta: è un tecnocrate, ha una solida preparazione economica, vanta contatti con l’Occidente e con i Paesi arabi moderati.
Dall’altro, tuttavia, è anche un simbolo di continuità, perché è stato vice primo ministro, ministro dell’Economia e consigliere economico personale di Abu Mazen. La richiesta di una “Anp rinnovata”, espressa fra gli altri dal segretario di Stato americano Antony Blinken in una recente visita a Ramallah, è un eufemismo per indicare che il presidente palestinese, 89 anni, al potere dalla morte nel 2004 del suo predecessore e leader storico dei palestinesi Yasser Arafat, dovrebbe farsi da parte o al più assumere un ruolo puramente cerimoniale.
L’obiettivo di fondo di un nuovo governo palestinese sarebbe quello di superare la frattura, a tratti violenta, emersa negli ultimi anni tra Anp e Hamas, che dal 2006 si è insediata al governo nella striscia di Gaza e che ha visto crescere i propri consensi anche in Cisgiordania per la radicalizzazione creata dal conflitto degli ultimi cinque mesi.
Per quanto stimato a livello internazionale, fonti diplomatiche europee dubitano che Mustafa sia in grado di riformare l’Anp, unire i palestinesi e ridurre il potere del presidente Abu Mazen. Se anche quest’ultimo trasferisse parte delle sue prerogative formali al nuovo premier, affermano fonti della Ue, i rapporti tra i due sono così stretti che il presidente continuerebbe probabilmente ad apparire come il vero leader dei palestinesi.
“Dobbiamo ingoiare queste riforme cosmetiche perché non abbiamo altro da offrire in cambio all’Anp”, commenta un diplomatico europeo interpellato dal Times of Israel, lasciando intendere che Usa, Ue e Paesi arabi avrebbero forse potuto convincere Abu Mazen a scegliere un premier più indipendente, se avessero avuto più successo nel convincere Israele a dare segnali di disponibilità a rilanciare il dialogo con i palestinesi nella prospettiva di una ripresa della trattativa di pace.
Mentre per ora, nonostante le pressioni di Washington, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo governo non appoggiano iniziative in tal senso.Non è nemmeno chiaro se Qatar e Turchia, i due Paesi islamici che hanno dato in questi anni ospitalità ai leader di Hamas in esilio, approvino la scelta di Mustafa, e di conseguenza se l’ala politica di Hamas sarebbe propensa a considerarlo come un interlocutore da appoggiare in un futuro, eventuale governo dell’Anp a Gaza dopo la guerra. Un altro segnale di incertezza sulla capacità di Mustafa di fare voltare pagina all’Anp, osservano le indiscrezioni, è che Abu Mazen, nelle visite compiute negli ultimi mesi in Qatar, in Turchia e in Arabia Saudita, si è sempre fatto accompagnare dal proprio figlio Yasser, un controverso uomo d’affari palestinese, accusato di corruzione, che non ha alcun ruolo ufficiale nel governo dell’Anp e trascorre gran parte del tempo all’estero. Tutti sintomi del fatto che l’anziano capo dei palestinesi non sembra ancora pronto a mollare veramente il comando.
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