“La combinazione di queste procedure è indicata per lesioni profonde e difficili da raggiungere, in cui la chirurgia tradizionale comporterebbe una maggiore sofferenza per il cervello” spiega Fioravanti. “Durante l’operazione, il paziente viene risvegliato e gli viene chiesto di rispondere a determinati stimoli, come muovere gli arti, parlare o disegnare. E questo consente di preservare l’integrità e il funzionamento delle aree sensibili riducendo sensibilmente i rischi”, aggiunge.
“Quando sono stato svegliato in sala operatoria, sapevo perfettamente come mi sarei dovuto comportare. Mi sono sentito tranquillo e sereno nonostante un intervento alla testa spaventi sempre”, racconta il paziente, che sta bene e a sei giorni dall’operazione può tornare a casa. Dopo la riabilitazione, potrà riprendere in mano la propria vita: “Voglio rimettermi in forze al più presto e attraversare tutta l’Italia”, afferma annunciando il suo progetto di viaggio.
La chirurgia transulcale (Brain Path) sfrutta la presenza dei solchi cerebrali per preservare i fasci di materia bianca, responsabili di funzioni importanti come il movimento o il linguaggio. Per farlo, viene utilizzato un apposito strumento, che inserito nel solco cerebrale consente di raggiungere la lesione per intervenire in modo preciso e mirato.
Tutto ciò è possibile grazie alla neuronavigazione, che consiste nella mappatura tridimensionale della lesione e delle aree limitrofe. La pianificazione effettuata prima dell’intervento permette di definire la traiettoria migliore per raggiungere il tumore preservando al massimo l’organo.
Oltre a essere mininvasiva rispetto alla tradizionale “open surgery”, consente di ridurre la durata dell’intervento, le complicanze operatorie e postoperatorie e i tempi di recupero: il paziente potrà essere dimesso in pochi giorni e riacquistare in breve una buona qualità di vita.
La chirurgia da sveglio (awake surgery) esige una preparazione particolare, che inizia prima dell’intervento. Oltre alla valutazione clinica e neurologica, il paziente viene informato di come si svolgerà l’intervento e di ciò che gli sarà chiesto di fare una volta sveglio.
“In questo caso, la lesione interessava l’area cerebrale responsabile del movimento. Per questo motivo, durante l’intervento abbiamo monitorato il movimento della mano e della gamba: abbiamo svegliato il paziente e gli abbiamo chiesto di eseguire una sequenza di gesti e movimenti, per verificare che non ci fossero deficit nella risposta, quindi che fosse preservata l’integrità delle aree interessate.”, spiega Sara Subacchi, neuropsicologa dell’Azienda socio sanitaria territoriale (Asst) di Cremona.
La collaborazione degli anestesisti, a partire dalla fase preoperatoria è fondamentale: “È importante conoscere il paziente e metterlo a proprio agio. Una volta in sala operatoria, sarà risvegliato solo nella fase in cui sarà necessaria la sua collaborazione, modulando l’anestesia in modo da permettergli di rimanere vigile e tranquillo per il tempo necessario a concludere la fase più delicata”, afferma Elena Grappa, responsabile della neuroanestesia.
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