Da Lavrov a Shojgu, ecco chi potrebbe perdere il posto dopo la conferma di Putin alle elezioni russe
La fedeltà al leader dell’ultrasettantenne non si è incrinata neppure dopo il lancio dell’Operazione militare speciale contro l’Ucraina due anni fa: «Il presidente non aveva altra scelta. Occidente e Nato ci hanno messo alle strette. La pace va fatta soltanto a condizioni giuste», dice ripetendo slogan sentiti in tv.
La quarantenne Aleksandra si cimenta nel voto tramite un terminale elettronico: «Aspettavo di poter votare per Putin già da un anno», esclama entusiasta. I pensionati Sergej e Alina, invece, votano guardinghi nel box insolitamente senza tendine. Loro sì che ripiegano la scheda per bene. Chi hanno votato? «Sekret!». Ridono.
Hanno tutta l’aria di essere due irriducibili comunisti. Non sono in tanti. Anche perché quest’anno, a candidarsi per il Pcus non è stato lo storico leader Gennadij Zjuganov, veterano sconfitto di quattro presidenziali, ma il deputato 75enne Nikolaj Kharitonov, che arrivò secondo nel 2004. Mentre i sostenitori del Partito liberaldemocratico, nazionalista a dispetto del nome, devono accontentarsi di Leonid Slutskij che manca del carisma del leader Vladimir Zhirinovskij scomparso nel 2022. Insieme a loro, soltanto un terzo candidato è stato autorizzato a partecipare alle elezioni contro Putin. Un novizio: Vladislav Davankov, 40 anni domani, che corre per il partito Novye Ljudi, Gente nuova, e che a sorpresa potrebbe aggiudicarsi il secondo posto, l’unico intrigo rimasto in questo voto scontato. Non che faccia differenza. Alle tre comparse non resteranno che le briciole.
In assenza di una reale opposizione e nel pieno del conflitto in Ucraina, il grosso dei voti, almeno l’80% anche secondo l’istituto indipendente Levada, andrà a Putin in nome della «stabilità». Il ritornello è ovunque lo stesso. Anche davanti alla scuola Pokrovskij Kvartal, edificio neoclassico con doppia scalinata monumentale all’ingresso e colonnato, a Nordest del centro della capitale, a due passi dal Sadovoe Koltsò, l’Anello dei giardini.
La 52enne Anna, due figli di 7 e 14 anni, non ha dubbi: «Putin ha migliorato la Russia». Anche se suo marito, un militare, da sette mesi è da qualche parte in Ucraina. E anche se lei vuole la pace. «Senza dubbio, senza dubbio», ripete. «La vogliono tutti». E spera che «dopo le elezioni tutto finirà».
Se il consenso è scontato, l’unica battaglia si gioca sull’affluenza. «Le autorità puntano al 70%, sopra al dato di sei anni fa. Un traguardo impossibile. Non c’è competizione e la gente non ha alcun interesse a votare», dice a Repubblica dall’esilio Stanislav Andrejchuk, giovane copresidente di Golos, l’unica Ong di osservatori indipendenti che opera tra diverse difficoltà.
«La repressione – racconta – è iniziata dieci anni fa e si è fatta man mano più dura. Siamo stati dichiarati “agenti stranieri”, poi “organizzazione non grata”. Il copresidente Grigorij Melkonjants è in carcere da un anno in attesa di processo con accuse inventate. Ma l’ostacolo più grande è che, per la legge russa, soltanto i candidati in lizza o gli organi consultivi statali possono presentare osservatori nei seggi e quest’anno a noi hanno rilasciato pochissimi accrediti».
Per gonfiare l’affluenza, spiega Andrejchuk, si usano stratagemmi vecchi, come concorsi a premi, pressioni sui dipendenti pubblici e caroselli, ed espedienti nuovi, come app che ti geolocalizzano. «Le urne trasparenti servivano a scongiurare l’immissione di più schede contraffatte finché i video delle telecamere erano accessibili a tutti, ma ora che il monitoraggio non è più possibile, sono un’altra forma di velata pressione». Ma le principali manipolazioni, aggiunge, avverranno grazie alle due novità di queste presidenziali: le elezioni spalmate su tre giorni e il voto elettronico a distanza in 29 regioni.
«Nessuno può controllare che cosa avviene di notte nei seggi. E il voto elettronico è impossibile da verificare. In alcune regioni, si registrano già percentuali altissime di voto digitale, il 70% nella Kamchatka. È un dato artificiale. Sintomo di pressioni, perché è chiaro che molti impiegati sono stati costretti a votare al pc al loro arrivo in ufficio, ma anche frutto di manipolazioni». E per sostenere il voto elettronico persino Putin, che dice di non possedere neppure uno smartphone, ha votato online.
All’opposizione dispersa tra carcere ed esilio non restano che armi spuntate, come l’iniziativa “Mezzogiorno contro Putin”, l’appello ad andare ai seggi alle 12 del 17 marzo per dimostrare che si è in tanti. C’è però chi si è esposto fino a rischiare cinque anni di carcere. Una 21enne ha lanciato una Molotov su un seggio a San Pietroburgo, mentre un’altra donna ha appiccato il fuoco a una cabina elettorale nella capitale.
In almeno cinque città, Mosca inclusa, elettori hanno versato la zeljonka, un antisettico verde, nelle urne elettorali. Un omaggio ad Aleksej Navalny che nel 2017 rischiò un occhio dopo essere stato aggredito col disinfettante colorato. Atti, scrivono i media, aizzati tramite truffe telefoniche dagli ucraini che stanno cercando di sabotare le votazioni anche con attacchi di droni e tentate incursioni nelle regioni di Belgorod e Kursk. «Questi attacchi — ha però promesso Putin davanti al Consiglio di Sicurezza — non sono stati e non saranno lasciati impuniti. Sono sicuro che il nostro popolo, il popolo russo, risponderà con una coesione ancora maggiore».
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